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Che non si sappia

Che non si sappia

Borgonero, un cuore di tenebra incistato nel profondo Veneto. Italo è ormai in pensione, ha lasciato il suo routinario posto in banca e ora ha il problema di riempire le ore. Non passa giorno che Helena, la sua compagna, non gli chieda di raggiungerla in Carinzia, dove abita e dove la vita è migliore, a sentire lei. Proprio migliore in tutto. Organizzazione, servizi, e soprattutto le persone. Italo è sensibile all’argomento, lui le persone le osserva. I loro vizi, le loro idiosincrasie, le loro abitudini, i loro slanci. Annota tutto in un taccuino mentre se ne va in giro e poi lo riporta nel suo blog, il suo piccolo megafono che però pochi ascoltano, persa com’è quella voce nella cacofonia di mille altre. Italo da Borgonero non vuole andar via, nemmeno per amore. È la sua vita, e lui è ormai troppo in là con gli anni. Ma il paese è marcio. E il verme si chiama Melito. Spregiudicato, losco, coinvolto in mille intrallazzi quasi del tutto illegali. Tutti i crimini portano a lui. Corruzione, droga, prostituzione. Tutti sanno ma tacciono, omertosi e impauriti. Un giorno Italo parla con Eva, figlia di un suo caro amico e ragazza che custodisce segreti pericolosi, inconfessabili. Italo intuisce che la storia ha a che fare con Melito, e comprende che non potrà essere nulla di buono...

Che non si sappia di Ausilio Bertoli ambisce a molto ma conclude poco. Il tema è niente di meno che il male, quello subdolo e quotidiano che si annida in posti impensabili come ad esempio un tranquillo paese di provincia come il totalmente inventato villaggio di Borgonero. Il male delle azioni quotidiane, dei rapporti sociali inaciditi. Tutto è raccontato e annotato attraverso il punto di vista di Italo, pensionato che passa il suo tempo a gironzolare e instaurare con chiunque dialoghi improbabili, spesso inconcludenti, la maggior parte peraltro poco funzionali alla storia. La trama procede a rilento. C’è un cattivo, Melito, le cui azioni sono come da copione impunite. C’è una vittima che instaura con Italo un rapporto privilegiato, a poco a poco si confida, la verità prende lentamente la sua forma. Ma “lentezza” è proprio la parola chiave. Succede poco, e quello che succede è quasi interessante. Quasi, perché si ferma un attimo prima di esserlo veramente. Molte elucubrazioni del protagonista, molti voli pindarici, molte considerazioni sui massimi sistemi che uccidono l’attenzione, sia perché inconferenti sia perché molto banalmente tanto noiose. La scrittura in sé non è pesante, anzi è curata e scorrevole, ma non basta da sola se al servizio di una storia claudicante.