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Che tutto sia bene

Che tutto sia bene

Da tre giorni Laura non risponde al telefono. La donna è un’amica per Mimmo, nonché la baby-sitter di suo figlio e un’attrice della sua compagnia. Ha lottato per dodici anni, agguerrita come una leonessa, contro un tumore e non ha risparmiato alcuna delle proprie energie nella lotta. Purtroppo, però, quando la cura Di Bella è stata giudicata inattendibile da una commissione incaricata dal Governo, allora Laura è caduta in depressione e non si perdona il fatto di aver abbandonato la chemioterapia per affidarsi a quello che con ogni probabilità altri non è che uno stregone. Quando Mimmo va a trovarla, la donna ha gli occhi gonfi di pianto e non indossa la parrucca. Tra le lacrime confida all’uomo che le ultime radiografie hanno evidenziato delle metastasi ai polmoni e che i medici hanno dichiarato che un altro ciclo di chemio sarebbe inutile. Lo stadio è troppo avanzato e a lei non resta che prepararsi alla morte, cercando di soffrire il meno possibile. Mimmo le fa una proposta: preparerà un nuovo spettacolo teatrale e scriverà un nuovo testo per lei… Mimmo chiede ai dodici detenuti del carcere di Vigevano di scrivere una preghiera, ma Pino - ergastolano piuttosto anziano - con il suo spiccato accento siciliano gli comunica di non credere affatto in Dio. Mimmo ribatte sottolineando il fatto che la preghiera è comunque la forma più libera di linguaggio inventata dall’uomo. Nessuno, infatti, può imporre a quale Dio rivolgersi durante la preghiera. Che si tratti di una ghianda, un albero, un cane o un bambino poco importa. Pregare è niente altro che un esercizio di libertà. Allora Pino ci ripensa e comunica che ci proverà. È sempre elegante Pino. Anche quando indossa una tuta, è di marca. Soffre di terribili mal di schiena che lo costringono spesso a letto. Ha anche attacchi d’asma, ma continua a fumare una sigaretta dopo l’altra. Pino è un uomo schivo, non alza mai la voce e legge molto…

Ventidue racconti brevi che mostrano al lettore una panoramica variegata e completa di quella che è l’attività di drammaturgo e regista di Mimmo Sorrentino, autore salernitano, docente di Teatro partecipato presso la scuola Paolo Grassi di Milano. Una composita galleria di personaggi che il drammaturgo ha avuto l’occasione di incontrare durante i suoi laboratori teatrali oppure nella fase di preparazione dei suoi spettacoli. Ricoveri per anziani, centri di assistenza per persone problematiche, carceri, quartieri popolari degradati, comunità di recupero e, non da ultimo, fasce del tessuto sociale singolari e peculiari, come la scuola sono il palcoscenico sul quale gli incontri hanno avuto luogo. Mondi eterogenei, ma accomunati da sacrificio, disagio e sofferenza; mondi che diventano terreno fertilissimo per dar vita a storie, rappresentate poi sulla scena dalle stesse persone che le hanno respirate e vissute nella vita reale. In ogni storia - che riguardi casalinghe o ambulanti, malati psichiatrici o detenuti, insegnanti o studenti poco importa - si coglie il filo sottile ma resistente che può unirle o allontanarle sempre più dalla possibilità di riscatto o dall’abbandono. Racconti ora divertenti e ora commoventi, che scuotono il lettore dal torpore della sua esistenza sicura e protetta. Racconti che gridano ad alta voce il desiderio dei protagonisti di essere aiutati ad allontanarsi da quel muro d’ombra che impedisce loro di vedere la luce del riscatto. Racconti che evidenziano, accanto alle atrocità della vita, anche il valore - importantissimo - dello splendore e della meraviglia. Segnalato alla trentunesima edizione del premio Calvino, il lavoro di Sorrentino sembra una lotta corpo a corpo tra l’immagine, le parole e il significato del vivere ed è un’ulteriore occasione per apprezzare la preziosa esperienza teatrale dell’autore. Diventa poi strumento efficace per permetter al lettore di entrare in contatto diretto con un’umanità tanto oppressa ed angariata quanto, forse proprio per questo, ricca e profonda.