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Chi ha ucciso la signora Skrof?

Chi ha ucciso la signora Skrof?
La signorina Hallamaa - impiegata alle Poste e brontolona patentata - è ancora in pantofole quando scende dalla portinaia a lamentarsi che sul pianerottolo c’è una insopportabile puzza di gas. La portiera sa - lo sanno tutti - che è solita lagnarsi anche della terra che calpesta; ma stavolta ha ragione: e tutto proviene dall’appartamento della signora Skrof. Quando la polizia arriva sul posto e sfonda la porta si trova davanti alla terribile scena di un incidente: il gas lasciato aperto ha asfissiato tanto la signora quanto il suo cane. Ma la prontezza del commissario Palmu permette ben presto di stabilire che non è né un incidente né un suicidio: si tratta di un delitto, ben premeditato in ogni dettaglio. Chi può essere il colpevole? Kirsti, la figliastra che vive con lei? Lankela, il nipote scapestrato e prodigo? Mustapää, il capo della comunità religiosa locale? L’avvocato, il pittore, la ballerina? Ognuno avrebbe il suo movente; e ha, manco a dirlo, un alibi di ferro. Ma chi può essere stato in grado di architettare e mettere a segno l’omicidio, per impadronirsi dell’immensa fortuna della vecchia signora Skrof, tanto ricca quanto avara? Perché certamente è stata uccisa per quello. O no?
Un giallo scritto nel 1939, ambientato in una Finlandia tratteggiata con discrezione (dall’immancabile sauna con doccia fresca) nel quale il commissario protagonista e il suo assistente provano a districare una matassa che pare complicarsi a mano a mano che le indagini avanzano. Caratteristico il giudizio sui personaggi femminili, stereotipato e sommario come quello dell’epoca, nel quale la “femminilità” nel senso più ampio è ancora completamente avvolta nel mistero (tanto per lo scrittore quanto per i suoi personaggi), quando non nella colpa: dalla donna che si sente «lusingata quando vede che un uomo è pronto a tutto per lei» (fino a usarlo, nel peggiore dei modi), ad affermazioni come: «Le donne sono fatte così, da loro non ci si può aspettare azioni logiche», o: «Chi può credere ciecamente alle parole di una donna? Gli occhi più limpidi del mondo possono mentire». Niente cellulari, niente Google e Wikipedia, solo indizi e deduzioni - con un pizzico d’intuizione (da parte dell’assistente) e di buon senso (da parte del commissario). Emergono temi che all’epoca erano d’attualità, come i matrimoni combinati, o come il ruolo della psicologia nell’investigazione - che contrappone il giovane poliziotto alle prime armi, aperto alla novità delle scienze positive, al commissario d’esperienza che crede nel suo metodo classico basato “sui fatti, non sulle storie”. Un mondo molto diverso dal nostro, è chiaro, in cui gli appunti vengono presi in stenografia; ma simile quando meno ce lo si aspetta: già all’epoca la pubblica amministrazione doveva fare i conti con la «perenne carenza di personale». Con una postfazione di Luca Scarlini.