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Chi porta le ombre

Chi porta le ombre

Un novembre del dopoguerra il commerciante sessantunenne Giorgio Prevosti viene sorpreso a Verona nel proprio deposito di prodotti chimici del seminterrato. Qualcuno gli fa bere olio di ricino, poi muore causa acido muriatico. Forse è stato ucciso e non è il primo, anche questo viene fatto passare per suicidio (come già a Rovigo, una sega per aprirsi la pancia, e a Treviso, impiccagione); questa volta l’uomo aveva in tasca una lettera anonima del giorno prima, in cui lo si avvisava del tradimento della moglie. Tutti e tre erano stati fascisti, poveri e cattivi durante la Seconda guerra mondiale, poi si erano sistemati benino. A svolgere indagini private su di loro è stato sicuramente anche il bel trentenne dai baffi neri Benito Pietra, alto ed elegante, da molti conosciuto come Olmo, già giovane coraggioso leggendario comandante partigiano da quelle parti. Vive a Mugno con la madre vedova Stella, gira in moto Guzzi per le campagne gardesane, fa lavoretti investigativi senza licenza, ha una relazione mantenuta al minimo sindacale, insegue i ricordi. Su un giornale locale esce un articolo sui “finti suicidi” e il tenente dei carabinieri Enrico Carraro, da quattro anni operativo a Brescia, s’insospettisce, poco convinto delle dinamiche della morte di Prevosti e colpito dalla perspicacia di Olmo nella vicenda di una ragazzina uccisa. Insieme al vicebrigadiere Giannelli cercano faticosamente il giornalista Fogaz, studiano i pochi frammentari incartamenti, fanno domande in giro: forse i casi analoghi sono anche altri, c’è qualcuno che si sta vendicando o sta eliminando testimoni di un qualche eccidio contro i partigiani pochi anni prima. Nel frattempo anche Olmo non si dà ancora pace, raccoglie ulteriori notizie da un altro carabiniere (figlio di partigiana) per rintracciare antichi colpevoli e aiuta un amico preoccupato che la moglie gli metta le corna. Correranno tutti molti rischi...

Bell’esordio nel romanzo, storico e giallo, per il pubblicitario e soggettista William Raineri (Brescia, 1970). La narrazione è in terza varia al passato, soprattutto riferita a Olmo e Carraro, per il primo su due piani temporali: il periodo dei mesi della lotta partigiana dal dicembre 1943, con amici e compagni della banda Fulmine in montagna; la solitaria irrequieta vita successiva anni dopo, fra le cascine operose della vallata, piccoli ecosistemi “inventati” dall’autore in provincia di Brescia. I due personaggi sono destinati a tornare presto. Entrambi sono a loro modo ombrosi: sulle proprie ombre Carraro scrive lettere alla sorella che imbusta e non spedisce, Olmo cerca una serenità finalmente senza più ombre del passato (da cui il titolo). Comprensibili alcuni modesti inciampi nella complessa trama, per un romanzo comunque molto solido e godibile, i personaggi ben articolati, un incedere di ritmo e spiccata personalità. Il Tenebrino appare come un fiume copioso dalle acque limpide, che scorre su un altipiano imperniato a sudovest sul grande centro urbano di Mugno con lo Stradone che conduce al piccolo borgo di Lambrotto e al monte Grembo e alla grotta più impervia (ideale per nascondersi dai nazisti). Raineri abita lì più o meno e voleva luoghi pure vicini alla Repubblica di Salò, per creare maggior senso di tensione e di paura e imporre attenzione nei movimenti rischiosi; inoltre, Brescia ha una provincia vastissima, con laghi, montagne, terre agricole ed esistono tante tipologie di “bresciani”, diversi mix tra montanari e campagnoli, cittadini e abitanti dei corsi d’acqua. Molto vino sfuso, bianco e rosso, allora non c’erano ancora DOCG e DOC che poi hanno reso famosa la zona. Meraviglioso il mitico Bossolà della madre, simbolo alimentare dell’autonomia locale.