Salta al contenuto principale

A ciascuno il suo terrore

A ciascuno il suo terrore

Il panico è come una valanga. Inizia rotolando nelle viscere; dapprima in apparenza innocuo, si trascina dietro scorie di spavento e di stupore. Nel percorso ingrandisce. Prende sostanza e coscienza, sconvolge i ritmi del corpo: il cuore accelera, il respiro si affanna disordinato. La mente smette di mettere i pensieri nella direzione giusta, anzi prendono a galoppare come cavalli selvaggi, ognuno per sé. Lui corre. Lo fa perché corrono tutti, ma non c’è che un vago punto d’arrivo. Si corre per non stare fermi più che per fuggire, dato che il pericolo è allo stesso tempo impalpabile e tutto intorno, pronto a ghermirti in ogni momento. Solo più tardi, quando tutto sarà finito, si metteranno insieme i pochi tasselli. Bomba, esplosione. Panico. Terrore. Sembra che non ci debba essere un domani, ma invece il domani arriva. E con esso tutte le domande. “Perché” è quella più inquietante, dato che apre scenari profondi e bui come voragini. “Chi” è quella con meno senso: gli artefici sono ombre senza contorno, azioni senza paternità. La vita ricomincia il suo piatto svolgimento. Il pensiero però c’è sempre, acquattato dietro il paravento della coscienza come un assassino pronto a colpire. C’è durante le sue ore di lavoro come sommelier, c’è mentre sta insieme alla Donna che Ama. C’è mentre segue rapito lo sviluppo di un’orrenda serie tv, cruda e cattiva come solo la vita, nella sua espressione più selvaggia, può essere. Come per ogni cosa, l’uomo cerca ordine nel caos. Ma il caos a volte è talmente sconfinato che l’uomo si perde, e chi non trova il sentiero del ritorno cade nell’abisso della follia. È proprio lì, su quell’orlo, che si continua a ballare…

Il panico è quello di una bomba che scoppia in piazza, nella ressa che assiste da un maxischermo alla finale di Champions League. Il Protagonista (così, con la maiuscola) di A ciascuno il suo terrore di Alessandro Garigliano si trova in mezzo a quella follia, e sperimenta una paura che da quel momento non riuscirà più a scrollarsi di dosso. Se la porterà appresso in ogni momento della sua giornata. Mentre lavora, mentre sta a casa, mentre cerca di recuperare un filo di intesa con La Donna Che Ama, essere come lui senza la dignità di un nome eppure presente sulla pagina con la forza di un archetipo. Il romanzo è un viaggio nella mente del protagonista che tenta di elaborare il trauma dell’attentato. La ricerca di ragioni, motivazioni, sensi logici che possano ordinare concetti inafferrabili come terrorismo e terrore, quintessenza del caos. Il Protagonista si impegna in attività frammentarie e intermittenti, legate tra loro da un filo debole. Riflette sul proprio lavoro, così tanto sottostimato. Si perde nel binge watching di un’inquietante serie tv a tema cannibalismo, disgustato eppure incapace di abbandonarla. E soprattutto individua l’autore o uno degli autori di quel gesto da cui tutto è partito, la bomba in piazza, e travisato gli si accosta. Non per denunciarlo, non per vendicarsi, ma per entrare dentro quella mente tanto quanto lui, senza alcuna consapevolezza, è entrato nella sua. Garigliano compone un mosaico con tasselli presi da un quotidiano che si sforza di appiattirsi su una routine al contrario indomabile poiché sconvolta dal trauma subito, rendendo al lettore l’immagine di un’anima persa, di un cercatore di risposte che però non ha ben chiare le domande, che imbocca sentieri con l’insicurezza di un bambino perso nel bosco.