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Cieli in fiamme

Cieli in fiamme

Teresa Vasta fissa la strada mentre se ne sta seduta scomposta nella Panda dei genitori. Alla radio Mina canta da diverse ore; il padre ha chiesto di cambiare musica, ma la moglie lo ha zittito e l’abitacolo continua a essere saturo della voce della tigre di Cremona. Anche Teresa detesta Mina. Avrebbe voglia di prendere il suo lettore cd portatile e nutrirsi di Cher e Britney Spears, ma estrarlo dallo zaino non le sembra una grande idea e non osa farlo. Anche perché sua madre, mesi prima, l’ha sgridata forte, mentre lei ascoltava dallo stereo proprio quelle cantanti. Le ha detto che non era musica, quella, ma “schifo da sgualdrine”. E Teresa, allora, ha deciso di non ascoltarlo più, quello schifo. Quando chiede di fermarsi, perché deve fare pipì e non riesce più a trattenerla, la mamma risponde secca che è tardi, ma il padre si ferma all’autogrill Agip, con la scusa del serbatoio della benzina da riempire. La tazza del water è lercia e lo sciacquone è rotto. Teresa si lava le mani più volte, mentre lo specchio le rimanda l’immagine di una cascata di ricciolo scuri e grandi occhi verdi. E poi le tette: una terza – quasi quarta, a dir la verità – che è una vera e propria maledizione, perché le impedisce l’anonimato dentro il quale vorrebbe rifugiarsi, come una tana in cui restare per sempre. Quando i tre arrivano a destinazione manca poco al tramonto. Il Butterfly Village non è altro che un piccolo buco, nero e schifoso, in cui la famiglia Vasta da sempre trascorre i mesi di luglio e agosto. Si tratta di una serie di villette vista mare, ingiallite dalla muffa e dai muri scrostati. Nei fazzoletti di gramigna ai lati di ogni casa stendibiancheria carchi di magliette e costumi, sedie a sdraio di plastica e colorate piscine gonfiabili raccontano l’estate dei ragazzini in bicicletta lungo le stradine del villaggio e delle loro famiglie. Ogni volta, appena arrivata, mentre i suoi genitori verificano le condizioni della casa e fanno la conta dei topi imprigionati nelle trappole, Teresa corre in spiaggia…

Una giovinezza disperata, violenta, sola. Un romanzo di formazione che racconta due percorsi, quello di un padre e di un figlio, che si muovono su due binari paralleli e a quasi due decenni di differenza, ma che sono pressoché identici. Un padre fallito e assente che è stato un adolescente presuntuoso, viziato e altezzoso; un figlio bullo, stordito dall’abuso di sostanze stupefacenti e dalla promiscuità di una vita sessuale senza regole, che ha smarrito la strada. Una sfrontatezza di fondo, in entrambi i casi, che sfocia in un vuoto totale, nella perdita di quei confini necessari per creare un sentiero all’interno del quale muoversi per crescere, per diventare uomo. Un vero e proprio viaggio on the road, che ha la durata di pochi giorni ma la stessa potenza di uno tsunami, capace di scardinare ogni certezza e di portare al cuore di sé e favorirne la scoperta, o la riscoperta. Mattia Insolia – giovane autore siciliano al suo secondo romanzo – mostra una volta ancora una profonda capacità di scavare nel torbido dell’animo umano, affondare le mani nel fango e raccontare, senza filtri e senza cliché, la disperazione e la solitudine delle nuove generazioni, fragili perché prive di punti di riferimento. Insolia mette in scena protagonisti che bucano la pagina e catturano il lettore, lo avvinghiano alle loro ansie e lo rendono partecipe delle loro paure. Ma l’autore si mostra abile anche nella costruzione dei co-protagonisti. Teresa, la madre di Niccolò per citarne uno su tutti, è un personaggio che vibra: vittima, da ragazzina, di un padre senza spina dorsale e completamente succube di una moglie bigotta e sgradevolissima, capace di una cattiveria che sbrana, diventa a sua volta una figura ansiosa, oppressiva e portatrice di un carico di dolore pesante, che inevitabilmente si ripercuote sulle fragilità del giovane figlio. Una prosa diretta e tagliente, parole appuntite come le pietre che paiono rotolare nello stomaco man mano che le pagine della vicenda scorrono; un intreccio in cui aggressività e momenti di riflessione si modulano e si completano a vicenda; il racconto lucido di una vera e propria rivoluzione che, passando attraverso il linguaggio, conduce al proprio io più nascosto e, forse, a una possibile salvezza.