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Cinquantun giorni

Cinquantun giorni

Pietro Raphael mentre cerca di spostare l’ostia dal palato ha una curiosità: “Ci si sporca di più a nascere o a morire?” e mentre prova a ignorare quell’ingombro fastidioso che si è appiccicato in un punto esatto del palato si ripete la domanda, non può evitarla considerato ciò che la vita gli ha riservato nei precedenti cinquanta giorni. Prova vergogna. Non è un’emozione nuova, gli è capitato di sentirne in passato per vari motivi: un taglio di capelli esagerato, aver detto la cosa sbagliata. Ma quelle sono vergogne normali che arrivano e poi spariscono come i ponfi delle zanzare. Ora la vergogna l’ha inghiottito. Mentre è inginocchiato in chiesa si sta chiedendo cosa abbia fatto di male per provarla. Si è trasferito a Milano prima dell’ottobre del 1978, ancora ragazzo, con la sua prima scrittura teatrale e una piccola valigia. È diventato subito il principe del palcoscenico grazie alla sua capacità di modulare l’intonazione, di rendere credibili le battute ma anche grazie al suo portamento, alla voce calda e sensuale, gli occhi in armonia con il naso dritto. Quando recitava lo spettacolo non terminava con il calare del sipario ma continuava in camerino o addirittura nei corridoi. Quell’ottobre del 1978 però lo spettacolo al quale stava lavorando è passato in secondo piano. Stava vivendo, nonostante i successi e le ricchezze accumulate, un periodo morto poiché gli mancavano i desideri. Adesso, inginocchiato in quella chiesa, prova forti dolori addominali che lo fanno piegare in due, cerca di scacciare quell’urgenza concentrandosi nella preghiera ma il ricordo dei cinquantun giorni riaffiorano in lui. Cinquantun giorni prima è tornato a Milano, non ci abita più da tempo, da quando ha acquistato un palazzotto seicentesco in campagna, in mezzo a campi di riso affiancati da un bosco di pioppi. Ha risposto all’invito di Anna Rérere e si è presentato ad un ricevimento che però gli ha complicato la vita. Anna Rérere è una persona che conta, nel suo salotto in una villa vicino al Castello Sforzesco vengono prese le decisioni che influenzano la cultura a Milano. Ci sono attori, attrici, scenografi, costumisti: tutte persone che conosce e mentre si rassetta il soprabito sente una mano toccargli la testa, lo afferra per i capelli e lo spinge contro un altro portone…

Andrea Moro, linguista e neuroscienziato, dopo Il segreto di Pietramala - con il quale ha vinto il Premio Flaiano per la Narrativa nel 2018 - con Cinquantun giorni, riadattando i temi dell’Iliade alla Milano del 1978 consegna al lettore un’avventura letteraria che lo porta ad approfondire e riprendere letture dimenticate, da Omero alla Bibbia, passando dall’Artusi e finendo persino nel dizionario della lingua italiana, che nel testo è protagonista di una pagina molto bella. La scrittura di Andrea Moro, con un uso del linguaggio sempre puntuale, consente riflessioni su più fronti mano a mano che ci si immerge nella storia. Un romanzo pieno di amore, odio, rancore, affetti profondi che in ogni pagina travolgono il lettore. Partendo da una sfida fra le due maggiori compagnie teatrali di Milano e fra due dei più talentuosi attori di prosa, nelle pagine ci si confronta con gli opposti a cominciare da due persone molto lontane eppure con stimoli e forze che li accomunano. Nelle pagine si respira ciò a cui probabilmente si assiste nel mondo teatrale: invidie, gelosie, screzi, ma c’è anche la forza che spinge gli attori verso la sfida delle rappresentazioni alla scelta delle parti, fino all’inevitabile incontro col pubblico.