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Cinquemila chilometri al secondo

Cinquemila chilometri al secondo

Lucia compare all’improvviso in un afoso pomeriggio d’estate, ossuta e segaligna, quasi un miraggio per Nicola e Piero che la sbirciano da dietro le tapparelle. Irrompe come un tornado in quelle vite da adolescenti, mischiando le carte della loro amicizia. Ma l’amore è un gioco a due, e Nicola ben presto diviene il terzo incomodo. L’estate termina, l’alba della vita adulta arriva a separarli. Nicola, senza nessuna voglia di studiare, si lascia trasportare dalla corrente: rilevare l’aziendina del padre, percorrere una strada segnata e comoda ma piatta. Piero insegue a Il Cairo il sogno di diventare un archeologo, Lucia si trasferisce in Norvegia alla ricerca di aria nuova. Da quell’enorme distanza la storia con Piero è un filo esile che basta un niente per strappare. E quel niente è una lettera definitiva e un po’ cattiva con cui Lucia scrive la parola fine; mentre la imbuca tentenna un secondo appena. Dopo sembra andare tutto bene, tranne per il fatto che invece va tutto malissimo. L’amore norvegese di Lucia si rivela freddo come la terra in cui è nato, l’ambizione di Piero rischia di spezzarsi per le incombenze e le responsabilità che ben presto lo chiamano dall’Italia. La felicità, che sembrava a un passo, schizza via oltre l’orizzonte. Le loro vite, così distanti, non si sono mai allontanate del tutto. In quella di lei riecheggia spesso la voce dell’altro, e viceversa. La memoria di quell’estate da ragazzini è sbiadita ma non scomparsa; ritorna nei sogni, nelle notti silenziose in cui i ricordi bussano col loro carico di rimpianti. Se avessi detto. Se avessi fatto. Alla luce di quel diaframma le scelte di adesso, della vita adulta, sembrano sbarre di una gabbia ogni giorno più stretta...

La parola capolavoro va usata con parsimonia, ma adoperarla per Manuele Fior e il suo Cinquemila chilometri al secondo è una grande tentazione. La storia di Lucia, Piero e Nicola può essere la storia di chiunque. La malinconia dell’ultima estate da ragazzi, quando ancora non sai che è l’ultima e ti sembra di poter avere tutto per possibilità. Le scelte coraggiose, come tuffarsi da una scogliera. E poi la vita che ti presenta il conto, le responsabilità, la voglia di fuggire e le conseguenze di quelle fughe. Il tutto è raccontato con una delicatezza rara, senza mai indulgere in banalità zuccherose, con dialoghi credibili e profondi. Le tavole ad acquerello sono una delizia per gli occhi, un complemento sublime all’incedere della narrazione. La scelta dei colori riesce a far immergere in maniera totale il lettore nel contesto. Il giallo e il verde della prima estate, la luce avorio dell’afoso caldo africano, il freddo blu notte della Norvegia. Ogni set ha la sua scenografia, e non è esagerato affermare che Fior ha la capacità di trasportare il lettore dentro al fumetto. Vediamo il glaciale panorama norvegese con gli occhi di Lucia, sediamo accanto a Piero nella barca che attraversa un fiume egiziano, boccheggiamo per l’afa del noioso caldo agostano. Una lettura immersiva e totalizzante, che lascia alla fine un piacere agrodolce e la sensazione di essere stati parte, per il tempo di una lettura, di un qualcosa di grandioso.