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Ciò che nel silenzio non tace

Ciò che nel silenzio non tace

In casa Agnese sta preparando la cena. Il minestrone bolle nella pentola e Teresa sta consigliando alla nuora di non essere insistente con il marito Fulvio: se non vuole andare alla tomba del fratello Gilberto, morto a seguito di un incidente in moto, che non ci vada. Anche lei, d’altra parte, che è la madre, non si reca così spesso alla tomba di quel figlio. Conosce a memoria il loculo in cui riposa suo marito Domenico, mentre c’è tempo per imparare quell’altro. Date le circostanze, poi, non le dispiace che il marito sia morto prima di assistere alla scomparsa prematura del figlio; per quel che la riguarda, invece, ha sempre saputo che nella vita non si può stare in pace un attimo e riesce quindi a sopportare meglio il dolore così profondo legato alla morte di un figlio. Teresa e Domenico si erano sposati giovani ed erano stati felici, anche se lei, già allora, sentiva che il marito sarebbe morto prima di lei. Anche perché così va il mondo. Ma un figlio, no. Con i figli è diverso. Intanto, in un’altra abitazione, Aila si sveglia all’improvviso. La federa del cuscino è fradicia e i suoi capelli sono appiccicati dietro la nuca. Di nuovo quel sogno, quei numeri tatuati sul braccio di sua madre Elda che tornano spesso a tormentarla. Aila va in bagno, si sciacqua la bocca, fa una veloce doccia, poi si guarda allo specchio e stenta a riconoscersi. La pelle ai bordi delle guance è stanca e i suoi occhi sono smarriti. Pensava di essere più forte, più forte del sogno e di tutto ciò che è stato, ma non è così. Sua madre le manca, quella donna vigorosa e allegra, con gli occhi scuri e le labbra carnose, che ha lasciato un segreto che ora Aila vuole assolutamente scoprire, un segreto affidato a una lettera che Aila ha letto tante di quelle volte che ne conosce il contenuto a memoria, quella lettera che parla di un fratellastro che lei ora vuole ritrovare a tutti i costi...

Una storia intensa che racconta il silenzio, quello di chi ha deciso di rispettare scelte non proprie e di accettarle in maniera discreta e dolorosa; quello di chi ha vissuto le brutture della guerra e del carcere e ha scelto di tacere la violenza e la sofferenza subite; quello di chi ha agito nell’ombra ed ha cercato di salvare neonati da morte certa e quello di chi invece ha deciso finalmente di romperlo, quell’ingombrante muro di silenzio, e di cercare la verità, anche a costo di pagarne il prezzo. Partendo da una storia vera - la vicenda di Massimo Foa, figlio di Elena Recanati, che a nove mesi sfugge a un destino terribile grazie a suor Giuseppina De Muro, madre superiora del carcere Le Nuove di Torino che, nel periodo del secondo conflitto mondiale, cerca con coraggio di contrapporsi ai nazisti ricorrendo a qualunque mezzo pur di alleviare le sofferenze dei prigionieri, salvando anche la vita ad alcuni di essi, specie i più piccoli e indifesi - Martina Merletti offre al lettore, nel suo romanzo d’esordio, una storia di speranza e di amore che affonda le proprie radici nella ricerca di un passato sconosciuto, scomodo e doloroso. Muovendosi a ritroso da un presente che si consuma lento in un grappolo di paesi abbarbicati alla montagna a un passato segnato dalla guerra, dalla fame e dalle bombe in una Torino che sanguina tutta la sua sofferenza, si snoda una vicenda in cui la ricerca di un fratellastro mai conosciuto e salvato da un futuro di morte conduce alla scoperta di verità troppo a lungo taciute. Si tratta di verità che nascondono amore - nei confronti dei figli, dei fratelli e della famiglia - rabbia, dolore e dolcezza. Istantanee di esistenze dure, chiamate a fare i conti con la propria coscienza e a uscire finalmente allo scoperto. Riuscendo perfettamente a intrecciare realtà e finzione, la Merletti presenta una storia di donne forti, capaci di riconciliarsi con il proprio dolore e di farsi comunità, una vicenda in cui la verità si fa voce potente nel silenzio e reclama attenzione, tutta l’attenzione che, da sempre, essa merita.