Helen e Nancy. Sempre insieme, sempre una appresso all’altra. Due ragazzine però che non potrebbero essere più diverse. Sia fisicamente ma, soprattutto, per il carattere. Alta, grossa, mascolina la prima. Piccola e fragile la seconda. Una fisicità che rispecchia la reciproca indole. Helen è impetuosa, sfacciata, prevaricatrice. E Nancy invece è sottomessa, docile come un cagnolino. “Noi siamo amiche, e tu mi devi obbedire”, afferma Helen senza vergogna. Nancy assorbe quel comando come fosse la cosa più naturale del mondo. Non c’è spazio per altro nella sua testa, men che meno per la ribellione. Eppure, Nancy non può impedire al fuoco di covarle dentro. È come un organismo vivente, un feto instillato chissà come che ora cresce, si alimenta con il carburante più potente: l’odio. Nancy non lo sa, ma sta solo aspettando un’occasione. Una piccola breccia in quel solido muro fatto di sottomissione e frustrazione; basta poco perché crolli tutto. Helen non se ne dà conto. Troppo stupida per farlo, troppo sicura di sé per rendersi conto che la misura è colma, che è solo una questione di giorni, forse di ore. E infine eccole, le due ragazzine, nel deposito abbandonato che la loro fantasia trasforma in un castello diroccato da esplorare, con i suoi mille misteri e gli affascinanti pericoli. Non ci sono coccodrilli né fossati. Ma in compenso una scala in pietra, senza ringhiera. Salirci su è come scalare un monte, e loro sono due coraggiose esploratrici che arrancano verso una cima ricca di sorprese e paesaggi di fiaba. Eppure, per Nancy il vuoto sotto di loro è un'attrattiva ancora maggiore. Uno strapiombo vertiginoso che manda un richiamo udibile solo dalle sue orecchie sensibili. Basta un niente. Un niente per cambiare tutto. Spezzare finalmente quelle catene che rendono la sua vita così miserabile. Nessuno potrà mai pensare ad altro se non a un incidente. La piccola, indifesa Nancy testimone di una indicibile disgrazia. Lo diceva sempre sua madre: non andate a giocare lì. È pericoloso. Qualcuno prima o poi si può fare male…

Circostanze attenuanti è un ottimo biglietto da visita per coloro che ancora non hanno approcciato il mondo narrativo di Joyce Carol Oates. Ventiquattro racconti in cui l’autrice si rende specchio della società statunitense, con le sue dinamiche complicate e spesso ipocrite, con la sua umanità repressa, la cattiveria delle piccole cose. La superficie è calma, l’acqua immota. Ma sotto cova una tempesta. Può essere la violenza disperata di un’adolescente che non sa come liberarsi dalle catene della sottomissione, o quella di un padre che alla pubblica vergogna di una figlia dalla virtù compromessa sceglie il martirio dell’omicidio. I temi della Oates sono gli orrori privati, comuni, i deboli equilibri familiari, le distanze sociali, le disuguaglianze. L’innesco del dramma è spesso un inciampo all’apparenza lieve, ingigantito però da abbondanti dosi di ignoranza e cinismo. Oates mette in scena una violenza non eclatante, commessa con piattezza di sentimenti o tutt’al più con la vaghezza di un rimorso già destinato a scemare; una violenza che scivola nell’orrore ma che non è compiuta da mostri o assassini da prima pagina, ma da persone che amano definirsi normali, qualsiasi cosa questa parola voglia dire. Va infine sottolineato come sia il tono della Oates a rendere questi racconti ancora più affascinanti. Un tono che non si lascia mai andare, sempre imbrigliato e lontano dai sentimentalismi, o dalle iperboli, o dai melodrammi, anche quando rende conto di vere e proprie catastrofi morali, creando così nel lettore - attraverso questo contrasto - un senso di disturbo e di inquietudine dalla prima all’ultima pagina.