Salta al contenuto principale

Cleopatra e Frankenstein

Cleopatra e Frankenstein

È proprio nel giorno del suo matrimonio che Cleo – ventiquattro anni, inglese, studentessa d’arte a New York con il permesso di soggiorno in scadenza – scopre che le cose non sempre sono come sembrano. Ha appena sposato Frank – capo di un’agenzia pubblicitaria e più vecchio di lei di una ventina d’anni – e per la cerimonia ha acquistato un abito che le era parso bellissimo, quasi quanto lo smoking color avorio con cui lo sposo si è presentato. Bene, si è appena accorta, da un’etichetta interna, che si tratta in realtà di una camicia da notte, scovata in un negozio d’abbigliamento vintage in Perry Street. Cleo – diminutivo di nulla ma, per potrebbe essere quello di Cleopatra, no? – conosce Frank – di nuovo nickname di alcunché, ma perché non di Frankenstein? – la notte di Capodanno 2007. Si incontrano per caso nello stesso ascensore: lei sta per lasciare la casa di Santiago, in cui si svolge una festa di fine anno, lui si sta recando nell’emporio del bangla lì vicino a cercare del ghiaccio. L’alchimia è immediata; dopo poco più di un paio di frasi di circostanza i due cominciano a lanciarsi allusioni piene di fuoco. Ridono, si corteggiano e finiscono, uno tra le braccia dell’altra, a baciarsi per le scale di casa. Sei mesi dopo sono marito e moglie. Si tratta di una cerimonia in cui non c’è nulla di tradizionale. Lei vorrebbe comunque una torta, magari una di quelle ricoperta da uno strato di zucchero a velo. Ha anche pensato di ordinarla da sé in una delle pasticcerie italiane del Lower East Side, ma alla fine ha affidato la gestione del rinfresco a Santiago, noto organizzatore di banchetti estatici e orgiastici. E lui si è detto convinto che una torta non sia affatto necessaria, per una celebrazione così fuori dalle righe. Righe di cocaina, durante il party che segue la cerimonia, se ne vedono parecchie. Tra gli invitati ci sono anche Quentin, il più caro amico della sposa accompagnato da Johnny, suo fidanzato occasionale; Audrey, ex compagna di stanza di Cleo e Zoe, la sorella di Frank, nonché l’unica parente invitata alla festa e la più giovane del gruppo: diciannove anni appena...

Coco Mellors, autrice inglese trapiantata in America – esattamente come la protagonista femminile del suo romanzo d’esordio – parte dal più classico dei cliché: la giovane ragazza trapiantata nella Grande Mela a inseguire il successo, si imbuca da una festa all’altra, non conclude granché, ha il permesso di soggiorno in scadenza e conduce un’esistenza precaria finché non conosce l’uomo maturo e – apparentemente – realizzato, che le può offrire stabilità e certezze, oltre che l’accesso alla Green Card. D’altra parte, o per lo meno queste sono le premesse, i vantaggi sono reciproci. Lei cerca in lui il potere che le manca e in cambio del quale è disposta a sacrificare bellezza e gioventù. Lui può offrire una self-made solidity piuttosto consolidata, mentre è alla ricerca di quella vitalità e quella passione che sente in parte spente. La realtà, tuttavia, non è così semplice e non si risolve in un mero do ut des. Ci sono dolori, ferite, cicatrici ancora aperte con le quali occorre confrontarsi e delle quali è necessario tener conto quando si stringe un patto attraverso il quale non si riesce a ottenere esattamente quel che ci si aspettava. Cleopatra e Frankenstein sono molto più che una giovane artista desiderosa di stabilirsi negli USA e un imprenditore appartenente alla generazione X: sono un uomo e una donna che hanno bisogno di affrontare i loro demoni, o per lo meno di riconoscerne l’esistenza, per stabilire un nuovo punto di partenza che possa aiutarli ad operare la svolta di cui sono alla ricerca. Una dipendenza seria da una parte e un passato complicato dall’altra sono nodi da sciogliere, sono ostacoli tangibili, da affrontare e non da aggirare. Coco Mellors ricorda Sally Rooney pur essendone l’esatto opposto: entrambe abili nel dar vita a storie appassionanti e dolorose, la Mellors offre al lettore protagonisti ancora più complicati. Inoltre, ai personaggi della Mellors va riconosciuta l’assoluta incapacità di prendersi sul serio, caratteristica del tutto assente nelle figure ideate dalla Rooney ed elemento di forza, invece, della collega.