È una fresca sera d’estate sull’isola di Capri. La luna rischiara la notte, la guerra è finita, e il padrone della dimora alle pendici del monte Solaro è ben felice di rivedere ed ospitare il suo vecchio amico, il dottor Ronald Wake, chirurgo - con cui ha condiviso il percorso di studi in medicina, prima di dedicarsi alla scrittura - ed Evelyn, da poco sua sposa, che è curioso di conoscere dopo averne letto nelle lettere scambiate. A completare la compagnia, padre Harley, il nuovo cappellano dell’isola, che dopo la campagna di Salonicco sta facendo i conti con i postumi della malaria. I quattro si godono la frescura, sorseggiando vino rosso perfettamente invecchiato, fumando sigari Havana. Il silenzio è rotto solo dal bubolare del gufo tra gli ulivi. È proprio il verso di quell’animale notturno a innescare i ricordi fin troppo recenti dell’esperienza sconvolgente vissuta dai coniugi Wake. Una disavventura durata solo ventiquattro ore, dalla quale sono trascorse appena due settimane, che Ronald si lascia convincere a raccontare, felice sia presente anche un religioso. Tutto aveva avuto inizio con un viaggio in auto nella campagna gallese. Dopo due giorni deliziosi, dalle parti del Black Country, terra di fabbriche, miniere, dal passato ricco di storia, testimoniato da numerose vestigia di epoca romana, un violento acquazzone aveva messo alla prova la vecchia Darraq su cui i due stavano viaggiando: una foratura, poi un guasto al carburatore, poi un’ulteriore foratura avevano reso indispensabile una sosta. Sotto un terrificante cielo color zolfo avevano visto un cartello che indicava una deviazione per “la Locanda della Volpe e Cold Harbour”. Stremati, i due l’avevano imboccata. Erano stati accolti e rifocillati dalla locandiera, Alma Higgins, una donna paffuta, tra i trenta e i quarant’anni, dagli splendidi occhi grigi. Era stata lei ad accennare alla vecchia strada romana, e soprattutto al signor Furnival, il proprietario di Cold Harbour. Per tutta la durata della cena la signora Higgins non aveva fatto altro che parlare del signor Furnival, che viveva con sua moglie nella grande casa al termine della strada. Una dimora che, dopo la morte dell’ultimo discendente della famiglia Pomfret, che l’aveva abitata per generazioni, era rimasta vuota per anni, anche perché strane dicerie circolavano tra la gente del posto, secondo cui quella casa era infestata…

“…Poi, all'improvviso, Cold Harbour. Anche se eravamo preparati ci tolse il respiro. C'erano solo tre edifici: al centro la chiesa, ai lati la magione e la canonica. Si ergevano strette l'una all'altra, come per proteggersi, sul ciglio della collina che sotto di loro precipitava verso la valle. Attorno a loro, come per perpetuare il significato dietro il nome del luogo, si chiudeva un circolo di faggi imponenti […] Si ergevano aspri, nudi e immobili, morti, formando un cerchio perfetto in bilico sulla sommità della collina, come un anello delle fate. Quando penetrammo nel circolo ci sembrò di uscire da quel piano di esistenza per passare in un altro, fatto di silenzio spettrale...”. Francis Brett Young, inglese, classe 1884, si laurea in Medicina all’Università di Birmingham nel 1906. Nel corso degli studi universitari inizia a scrivere poesie e racconti. Dopo la laurea si imbarca come medico di bordo; dopo un anno inizia a lavorare come medico condotto a Brixham, nel Devon. Pubblica Undergrowth, il suo primo romanzo, firmato con il fratello minore Eric, nel 1913. Tracce della sua carriera in ambito sanitario sono disseminate in diversi suoi lavori, incluso Cold Harbour, condensandosi poi in modo esplicito in The Young Physician (1919). Partecipa al Primo conflitto mondiale come ufficiale medico in Africa. Alla fine della guerra, ammalatosi di malaria, abbandona la professione medica per stabilirsi con la moglie sull’isola di Capri - vi rimarranno fino al 1929, stringendo amicizia, tra gli altri, con scrittori come Francis Scott e Zelda Fitzgerald, D.H. Lawrence - e dedicarsi completamente alla carriera letteraria, che raggiunge il culmine nel 1927 con la pubblicazione di Portrait of Clare, che gli vale il “Tait Black Memorial Prize”. Nel 1944 pubblica il poema epico The Island, in cui racconta in versi l’intera storia britannica, dall’Età del bronzo al Secondo conflitto mondiale. Lascia l’Inghilterra per stabilirsi in Sudafrica, alla ricerca di un clima più favorevole a condizioni di salute sempre più precarie. Young muore a Città del Capo nel 1954. Le sue ceneri sono state riportate in Gran Bretagna, e sepolte nella Cattedrale di Worcester. Una villa costruita su un’antica dimora di epoca romana, il suo sinistro proprietario, un’inquietudine che penetra sottilmente nell’animo del lettore, grazie ad una narrazione di atmosfera che lo scrittore introduce sapientemente sin dalle pagine iniziali, costituiscono gli ingredienti principali di questo romanzo gotico. Gli elementi autobiografici disseminati - è facile vedere nei coniugi Wake un riflesso dello stesso Young e di sua moglie - conferiscono alla trama quella cornice di verosimiglianza che, all’epoca della sua comparsa, ha permesso al testo di imporsi all’attenzione del pubblico: Cold Harbour vede la luce nel 1924, e si guadagna una menzione di H. P. Lovecraft, che lo cita nel suo saggio seminale L’orrore soprannaturale in Letteratura definendolo “sottile e sofisticato, e raccontato con singolare bravura alternando le narrazioni dei vari personaggi”. Finalmente disponibile in italiano nell’edizione targata Agenzia Alcatraz, arricchita dalle illustrazioni del pittore Edwin Butler Bayliss - inglese, contemporaneo di Francis Brett Young, nativo del Black Country, ove il romanzo è ambientato - e da elementi grafici che faranno la felicità dei cultori, il testo è una variazione sul tema della casa stregata, ove a far da protagonisti sono fantasmi, apparizioni e fenomeni di tipo poltergeist, che si manifestano con movimenti improvvisi di oggetti, e soprattutto il proprietario della dimora, Humphrey Furnival, personaggio da incubo, vera e propria stregonesca incarnazione e tramite di un male antico, che sa farsi seducente e trascendere le ere. A far da sfondo le trasformazioni dell’ambiente rurale nell’epoca della dirompente industrializzazione, come ben chiosato nella sua introduzione da Lucio Besana (sceneggiatore, traduttore, scrittore con una passione per il weird e il fantastico), curatore della collana e dell’opera specifica, di cui firma anche la traduzione. Il ritmo narrativo, lento nella prima metà della narrazione, subisce una brusca accelerazione nella seconda parte, con pagine che assumono spiccate venature horror; il finale, come già rilevato da Lovecraft, accusa qualche forzatura di troppo, che non basta però a togliere a Cold Harbour un posto nella biblioteca di ogni vero appassionato di letteratura gotica classica.