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Colpirne uno

Colpirne uno

Ci sono mattine d’estate a cui non si può resistere al richiamo potente del mare. Il giudice Mario Mandrelli esce e prende la barca a vela, all’insaputa della famiglia. È uno spazio tutto suo, di libertà, di riflessioni, è il suo momento segreto. Ha quarant’anni e una bella carriera, guadagna bene e spende anche molto. Vive a San Benedetto del Tronto con moglie e cinque figli in un appartamento al primo piano di un palazzone. È ormai diventato piccolo per tutti loro, ma dalle finestre si vede il mare, il suo mare Adriatico. È per quella vista che ha lasciato il grande appartamento in un quartiere residenziale di Ascoli Piceno. Per i colleghi del tribunale il magistrato Mandrelli, con quei baffi da investigatore americano, è un duro. In verità, quando stacca dal lavoro al pomeriggio, ama dipingere: lo aiuta a pensare, lontano dal caos di telefonate e incombenze dell’ufficio. Tra le tante cartelle che gli passano davanti c’è quella con la scritta P.A.I.L., Proletari armati in lotta. È lì che scrive per la prima volta il nome di Roberto Peci. A San Benedetto nel 1970 la presenza di extraparlamentari di sinistra è nota da tempo, ma questo gruppo qualche guaio serio lo ha combinato davvero. Dopo l’assalto alla sede della Confapi di Ancona, i reparti speciali del generale Dalla Chiesa arrivano a San Benedetto, scoprono una base operativa, sequestrano armi e arrestano il ventitreenne Roberto Peci, è il 26 ottobre del 1979. A quell’assalto ha partecipato anche il fratello Patrizio, che già dal 1976 è un riferimento per le Brigate Rosse a Milano e ha iniziato la clandestinità. È anche sospettato di aver fatto parte del commando che ha sequestrato l’onorevole Aldo Moro. Quando la colonna marchigiana subisce un duro colpo, inizia a girare la voce che chi ha fatto i nomi dei compagni sia proprio Roberto Peci. Mandrelli sa che non è vero, altra è la fonte. Roberto da qualche anno ha cambiato vita, si è sposato, lavora come antennista, ma questo non lo metterà al sicuro dalle vicende che lo coinvolgeranno con suo fratello Patrizio...

Con Colpirne uno Mario Di Vito ci racconta di suo nonno, il magistrato Mario Mandrelli. Fa tornare indietro il tempo agli anni di piombo e ai fatidici giorni che portarono, dopo il rapimento, all’uccisione di Roberto Peci. Cosa resta quattro decenni dopo quei fatti? Cosa può capire una persona nata in un altro momento, che non ha mai vissuto il periodo in cui era pericoloso uscire di casa, quando ogni giorno c’era un morto ammazzato? Mario Mandrelli da procuratore della Repubblica di Ascoli Piceno ha seguito la fase del sequestro. Tutti avevano capito che non c’erano speranze di ritrovare Roberto vivo. Per lui lo Stato non si mobilitò, non fece nessuna trattativa. Ha messo in piedi il processo ai brigatisti responsabili, su tutti Giovanni Senzani, lavorando duramente. Mario Mandrelli è diventato «il primo della lista», quello a cui le Brigate Rosse l’avevano giurata e che avrebbe dovuto pagare caro e subito. Il terrorismo sembrava non ci fosse a San Benedetto del Tronto, ma la sensazione che la tranquillità di una vita in provincia potesse crollare da un momento all’altro era presente. Per la famiglia del giudice sono anni molto cupi, con i piantoni sotto casa. Mario al mattino veniva caricato su un’auto blindata e andava a lavorare con la scorta. La Digos era al seguito ogni volta che qualcuno dei familiari andava fuori a mangiare una pizza o al cinema. Nonostante ciò, per il giudice Mandrelli la sua vita e quella della sua famiglia doveva seguire questo motto: «Perché le cose devono andare avanti come sempre». Mario Di Vito per questo libro ha consultato vecchi giornali, documenti giudiziari, appunti e i diari di sua nonna, che da sempre ogni giorno appunta quello che le succede. Sono proprio queste agende che fanno scoprire al lettore la dimensione privata di Mario Mandrelli, mostrandolo come un uomo sensibile, col mal di schiena, preoccupato e concentrato sul suo lavoro. L’autore ha passato molto tempo a parlare con donne e uomini che all’inizio degli anni Ottanta avevano sì e no vent’anni e frequentavano l’ambiente in cui è maturata la tragedia di Peci. La strada dove è stato attuato il rapimento, via Arrigo Boito, nel 2011 è diventata via Roberto Peci. Poca la partecipazione cittadina in quella occasione e dopo tanto tempo nessuno sembra farci caso quando ci passa davanti, sul lungomare. San Benedetto del Tronto ha rimosso quei fatti, per discolparsi, per dire che non c’entrava niente. Per i lettori Colpirne uno è un ottimo spunto per approfondire la conoscenza di quegli anni difficili.

LEGGI L’INTERVISTA A MARIO DI VITO