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Comandare è meglio che fottere

Comandare è meglio che fottere
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Profondo Sud. Il campionato è iniziato da sette giornate e Vincenzo Feracore ne ha già abbastanza del Costa Rei che ormai le perde tutte nel vecchio stadio intitolato a “Giuseppe Vitelli”, il presidente delle magiche stagioni delle furie rosse foraggiate da loschi traffici sulle rotte dei Balcani. Quando ecco che mentre lui strappa il biglietto, bestemmia e giura che non tornerà più a vedere la partita, squilla il cellulare. È Totonno ‘a Culercia, uno che con la pistola ci sa fare e dunque ha un posto di rilievo nella banda di recupero crediti al servizio di Luigi Mautone, detto Giggino ‘u napulitanu, proprietario del bar del paese e soprattutto della bisca attigua al locale. E proprio per conto di Luigi Mautone Totonno lo sta cercando. A Vincenzo Totonno sta antipatico ma comunque quella telefonata non gli dispiace, perché da tempo ha chiesto a Luigi Mautone di fare il salto di qualità: nel cuore il sogno di aprire una pizzeria in ricordo del nonno pizzaiolo, poco importa se proprio Luigi Mautone lo sfotte e nel segno di Pietro Esposito, quello che aveva inventato la pizza Margherita, che si faceva chiamare Pietroebastacosì, prende anche lui a chiamarlo Enzoebastacosi’. Ma sì, il grande giorno è venuto, gli dice Luigi Mautone. Si tratta di consegnare una borsa di pelle nera a tale Franco ‘u Barone. La borsa è piena di soldi, dunque bisogna fare bene attenzione. È una commissione importante. Ma ecco che quando finalmente Vincenzo Feracore si ritrova su quel motoscafo in mezzo al mare al cospetto del temibile boss dalla borsa escono fogli di carta di giornale tagliati a mo’ di banconote. Cosa ne sarà ora di Enzoebastacosi’? Davvero finirà in fondo al mare con una pietra al collo, come minaccia il boss?

Otto racconti sospesi tra calcio e malavita, otto bozzetti di vita di provincia, otto palcoscenici sui quali di volta in volta va in scena la commedia umana. Il tutto condito da un linguaggio scorrevole e ricco di immagini che trasporta il lettore con leggerezza e grande ironia in una terra popolata da malavitosi, imbroglioni e lestofanti. Gli unici a salvarsi sembrano siano i più giovani, come Giovannino il figlio di Pascale Aloe in “Italia 90”, con il loro sguardo acuto e profondo al quale però non sfuggono le miserie quotidiane dei “grandi”. Ma anche alcune donne. Claudio Metallo, scrittore e documentarista calabrese con assidue frequentazioni napoletane (come attesta la conoscenza di pizzerie ben precise come Da Michele, Di Matteo e Starita a Materdei), rende ancora più vivaci le scene condendole di un ricorso costante all’uso del dialetto. Un espediente che rievoca esempi illustri (da Gadda a Camilleri) e che, dosato con misura, non appesantisce la lettura. Anzi. Per dare un’idea. Ecco dunque Pascale Aloe: “Era un fimminaro e si sbindimava scommettendo soldi su qualsiasi cosa”. Ancora: “Per fare ‘u cane ‘e mandria doveva aspettare che don Salvatore venisse ‘uorbicato sotto tre metri di terra”. Ecco quindi i mariti che, in “Puru ca’ simu fimmine”, la sera dopo il vino rosso picchiano le mogli e la mattina dopo mormorano tra i denti: “Scusa, è ‘u vinu ca’ m’ha ‘mbriacatu”. A proposito di “Puru ca’ simu fimmine”: è uno dei racconti da tenere particolarmente d’occhio perché, per quanto si tratti di una ricostruzione fantasiosa, prende spunto da una storia vera, ovvero dal primo sciopero di sole donne avvenuto in Calabria nel 1947. Qui torna il pensiero alle prime righe della prefazione, dove Metallo puntualizza: “In questo libro troverete quasi solo robe inedite, di cui una in particolare che considero tra le cose più belle che abbia scritto, ma non vi dirò quale”. Chissà se l’autore si riferisce proprio al racconto delle fimmine. Ma naturalmente ogni lettore potrà esercitarsi. È anche gioco la lettura.