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Come d’aria

Come d’aria

Gravità. Lei è Daria. È D’aria. Basta un apostrofo per trasformarla in sostanza lieve e impalpabile. Nel suo nome è racchiuso un destino: non conosce la forza di gravità, né lo stare in piedi quotidiano o il passo generato dal peso trasferito da una gamba all’altra. La “gravità” che la riguarda è un’altra: una condizione che desta preoccupazione e pericolo; la condizione che sempre accompagna i documenti che la definiscono. Prologo. Da qualche tempo fatica a ricordare le cose, a dare un nome alle persone, a pronunciare le parole. La ginecologa sostiene sia la menopausa, che è stata indotta da una terapia ormonale, per un tumore alla mammella al quarto stadio con metastasi ossea. Uno starnuto e... la vertebra dorsale. Per capire la relazione di causa-effetto, sarebbe bastato connettere la parte anteriore a quella posteriore del corpo, ma non ne è stata capace. Uno. Nel novembre del 2016 Daria è in ospedale per un nuovo intervento, così la madre ha saltato la consueta ecografia al seno. Contava di recuperare una volta ripreso il ritmo delle loro giornate, ma il ricovero, con molte ore passate in terapia intensiva, è stato più lungo e faticoso del solito. E così se n’è dimenticata. Due. Ha trascorso i mesi di gravidanza lavorando a un libro su teatro e disabilità, ma con un senso di estraneità, dicendosi che la bimba che aspettava era sana: l’amniocentesi e l’ecografia morfologica lo avevano confermato. Invece, ora fanno parte di quella grande famiglia con un figlio disabile e sperimenta il processo di progressiva sostituzione dell’identità: non è più lei, ma “la mamma di Daria”, anzi, solamente “la mamma”. Durante la lunga frequentazione delle sale d’attesa, luoghi di incontro con altre famiglie, vede la figlia — quand’era piccola o come sarà in un futuro prossimo — e sé stessa: donne depresse, sovrappeso, con i segni delle notti insonni, dei graffi e dei morsi dei figli; madri eroine, che sembrano avere superpoteri, che non hanno il minimo cedimento; madri iene, sempre arrabbiate. Immagini che restano conficcate nella memoria...

Prendendo spunto dalle sue esperienze di vita e di madre, la scrittrice Ada d’Adamo — scomparsa a 56 anni, pochi mesi dopo aver pubblicato Come d’aria — ripercorre la scoperta della sua malattia e il rapporto con la figlia Daria, nata con una grave malformazione cerebrale a causa di una mancata diagnosi prenatale. Non è una lettura facile, eppure rimaniamo colpiti dalla forza, dalla sincerità e, insieme, dalla tenerezza di questa storia così intima, che suscita molte emozioni forti, ma anche un certo innegabile disagio. Possiede una forza, una potenza dovuta a un pudore che non risparmia nulla, alla misura delle parole che sferzano l’anima, all’eleganza della scrittura, alla sensibilità che riesce a far sì che il lettore non sprofondi nella commiserazione, nello smarrimento o nell’angoscia. Il dramma di una madre — e di un padre —, le lotte quotidiane e le frustrazioni dovute alle lunghe attese o alla mancanza di informazioni e di empatia da parte del personale medico, mettono a nudo il prezzo pagato per raggiungere un delicato quanto fragile equilibrio personale e familiare. In un continuo alternarsi di passato e presente — la gravidanza, il parto e la scoperta della patologia di Daria, insieme alle difficoltà dei primi tempi, la crescita, i piccoli progressi e le grandi conquiste, la fisicità del rapporto madre-figlia, fino alla scoperta del suo tumore, al malessere causato dalla chemioterapia e al peggioramento del quadro clinico generale — scopriamo la dedizione della d’Adamo nel garantire alla figlia la migliore vita possibile, ma anche le recriminazioni, il senso di solitudine, i dubbi, le esitazioni e i momenti di sconforto... Una storia toccante che, grazie alla ricchezza e alla consapevolezza di un’esperienza difficile e straordinaria allo stesso tempo, diventa una faro capace non solo di indicare la via a chi condivide una situazione simile, ma anche — proprio come il romanzo di Valeria Perrella, Lo spazio bianco, che viene citato nel libro — di trasformare in coinvolgente materia letteraria e rendere immortale una vicenda legata a un vissuto personale.