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Come gigli di mare fra la sabbia

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Michele, il concierge, osserva a braccia conserte gli operai che si affannano a portare al piano terra e a caricare sul camion dei facchini tutto quel che resta dell’appartamento di Mariele Vicenzi, inquilina storica del palazzo, dove è nata ed è vissuta per tutta la vita. Ora, mentre lei riposa insieme ai genitori nella cappella di famiglia, al cimitero, da un paio di giorni gli operai hanno cominciato a liberare la sua residenza, trasportando giù per le scale poltrone, armadi, pezzi di camera da letto, sedie, comodini e molto altro. Michele ricorda come fosse oggi il giorno in cui per la prima volta ha messo piede nel palazzo di via Cervantes. Si candidava per un ruolo da portinaio con la raccomandazione di uno zio che, prima di lui e prima di ritirarsi a vivere in campagna, aveva ricoperto quel medesimo ruolo. Michele all’epoca è un giovane di belle speranze, ma sfortunato. Diplomatosi ragioniere, ha sposato Elvira e ha promesso di acquistare con lei e per lei un appartamento in periferia. Lavora in un’azienda in cui uno dei soci, tuttavia, ha pensato bene di innamorarsi di una procace ballerina brasiliana. Ha svuotato le casse dell’azienda e se l’è filata, scusandosi per il colpo di testa e dichiarandosi immensamente felice. Al socio rimasto non resta che chiudere l’azienda e lasciare tutti i dipendenti in mezzo a una strada. Sfuma così, per Michele, il sogno di comperare casa, mentre Elvira, per arrotondare, è costretta a lavorare come bambinaia e la cosa più dolorosa, per lei, è accantonare la possibilità di sottoporsi a cure costose contro l’infertilità di cui soffre, per provare ad avere un figlio. Michele il posto da portiere lo ottiene – soprattutto grazie alla raccomandazione dello zio – e ciò significa un alloggio gratuito, all’ultimo piano dello stabile, uno stipendio mensile dignitoso. In cambio, è richiesto il rispetto della clausola principale. La persona che ottiene il lavoro può essere sposata, ma senza figli. Elvira inghiotte il boccone amaro e inizialmente spera in una sorta di deroga. Tuttavia, alla fine, tira i remi in barca e si arrende: il lavoro viene prima di tutto e c’è ben poco da aggiungere. I due si trasferiranno in via Cervantes e lei seppellirà per sempre l’idea di un figlio…

I gigli di mare sanno ben resistere alle intemperie e per crescere hanno bisogno di calore e di sole. Quando fioriscono, sono una vera e propria esplosione, ma sbocciano tardivamente rispetto alla semina, a volte anche dopo qualche anno. È questa la metafora di cui Lucia Guida – autrice pugliese d’origine e abruzzese d’adozione, insegnante di lingue straniere – si serve per raccontare quattro figure femminili di forte impatto, quattro personalità che bucano la pagina, si incollano alla mente del lettore e si mostrano in tutta la loro complessità e il loro fascino. Elvira, Lina, Elena e Serena hanno come denominatore comune lo stesso stabile in cui vivono, il palazzo nella via Cervantes di una città non ben definita e che potrebbe per questo essere una località di provincia come tante. Elena lavora in uno studio legale ed è incapace di creare legami affettivi solidi e duraturi; l’anziana Lina è costretta, per ragioni contingenti, a osservare la vita scorrerle dinanzi agli occhi senza poterne in alcun modo scegliere il corso; Serena ha una quarantina d’anni e si trascina tra i confini di un matrimonio che è una gabbia fatta di crepe e ferite forse insanabili. Poi c’è Elvira, la moglie di Michele, il portiere: è una donna che ha rinunciato a molto nella vita, ma non le manca il buon senso e la capacità di intessere legami. Quattro figure di carta, che ben presto diventano reali: sono dolore e sangue, sacrificio e desiderio di rivalsa, voglia di cambiare e non arrendersi a uno stato precostituito delle cose, spesso insoddisfacente e triste. Quattro gigli di mare che tardano a fiorire, ma quando lo fanno esplodono in tutta la loro maestosità. Il libro di Lucia Guida – del quale oltre alla struttura ben articolata va apprezzato lo stile asciutto, delicato ma incisivo – è un invito a fuggire dalle situazioni ambigue, a cambiare prospettiva, magari uscendo dalla propria comfort zone e mettendosi in gioco. È anche un suggerimento a vivere davvero e non limitarsi a sopravvivere. Se farlo da soli o in coppia non importa: quel che conta è imparare a conoscersi, a migliorarsi e ad acquisire piena consapevolezza di sé, anche se la strada da percorrere in tal senso si rivela faticosa e irta di difficoltà. Perché, una volta raggiunta la vetta, il panorama sarà meraviglioso e ne sarà valsa la pena.