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Come il fiume

Come il fiume

Il rombo del roadster di Seth squarcia il silenzio della notte, facendo tintinnare i vetri della finestra. Accucciata nel letto, sotto le coperte e con la caviglia ancora dolorante, Victoria cerca a tastoni l’orologio sul comodino. Fuori dalla finestra, il colore del cielo le anticipa che manca ancora un bel pezzo prima che la sveglia suoni. Le urla e le bestemmie di suo zio Og, dall’altra stanza, glielo confermano: sono appena le cinque e dieci, ben venti minuti prima della sua consueta alzata dal letto. Quasi un’ora prima che gli uomini la raggiungano in cucina per fare colazione. Eppure suo fratello è già in cortile, arrabbiato come sempre con la vita e con il mondo, mentre fa andare su di giri il motore di quella macchina che usa solo per impressionare i suoi amici, stupidi e cattivi quanto lui. Cerca di girarsi su un fianco e riannodare le fila del sonno perso in anticipo, ma una fitta alla caviglia le mozza il fiato. Se l’è storta il giorno precedente, mentre tornava a casa trascinando Seth ubriaco, dopo la consueta visita alla taverna del paese. Lo aveva spinto per farlo avanzare e non aveva visto la bottiglia di vetro abbandonata sulla strada. Per fortuna non se l’è rotta: già così le risulta abbastanza complicato seguire i suoi consueti lavori in casa e fuori casa, figuriamoci con una caviglia rotta. Il calore delle coperte riporta la sua mente a quando ieri è stata tra le braccia di Wil. Quel ragazzo così gentile e dallo sguardo buono li ha seguiti all’uscita della taverna, forse per accertarsi che lei fosse in grado di badare a una persona come Seth, per giunta ubriaca. Ed era stata una fortuna, perché quando è scivolata, a soccorrerla è stato Wil: l’ha presa dolcemente e fermamente tra le braccia, percorrendo gli ultimi metri che la separavano da casa sua e adagiandola con cura sul divano, prima di salutarla con un cenno del capo e un fugace sorriso…

Nonostante possa sembrare banale, Come il fiume ha la potenza proprio di un corso d’acqua, in grado di spazzare qualsiasi cosa ci sia sul suo cammino. Partendo dall’episodio della città di Iola, in Colorado, sommersa per permettere al Governo di creare una riserva naturale d’acqua, l’esordio letterario di Shelley Read ci riporta indietro nel tempo e nello spazio, subito dopo il secondo conflitto mondiale. Qui gli Stati Uniti sono quelli che siamo abituati a vedere in film d’epoca: strade sterrate, grandi frutteti e praterie, equilibri familiari e sociali mantenuti all’interno di determinate linee ben precise e invalicabili. Protagonista è Victoria, diciassettenne rimasta unica donna nella sua casa e famiglia, dopo la tragica perdita della madre e della zia. Una esistenza segnata fin da piccola da cieca ubbidienza e senso del dovere, imparati a forza di paura e mancanza di possibilità. Una esistenza che scorre tranquilla, senza troppe domande, sino a un incontro casuale che, come tutti gli incontri casuali che si rispettino, modificherà il corso della sua vita. È Wil, giovane nativo americano, a intrecciare la sua vita con quella di Victoria, dando poi origine a una serie di eventi che trasformeranno Victoria da una adolescente impaurita dal mondo, a una donna in grado di cadere e risollevarsi da sola. “Proprio come mi ero adattata a vivere senza madre, mi sarei adattata a vivere da madre. Avrei fatto quanto necessario. Mi sarei alzata” dirà a un certo punto la protagonista, in un momento particolarmente tragico della sua vita. Una narrazione che, come accade al corso di un fiume, è in grado di sorprendere il lettore con colpi e virate improvvise, lungo un percorso che sembra – solo all’apparenza – già tracciato. Un libro frutto “un’urgenza che mi spingeva a non abbandonarla. Sono infatti anche un’americana del Colorado da cinque generazioni e in questo romanzo c’è molto delle mie radici” come si legge nell’intervista dell’autrice a “iO donna", e in grado di trasmettere questa urgenza, pur mantenendo un tono narrativo pacato e ricco di descrizioni.