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Come rugiada nel buio

Come rugiada nel buio

Cate ha imparato a conoscere quelle donne, “le sue ragazze”, Lizzie e Mattie. Ha esaminato, preso appunti, scritto pagine e pagine di riflessioni tanto che legarsi a loro, o meglio alle loro storie, è stato in qualche modo inevitabile, anche a distanza di cento anni. Ecco perché gli archivi sono così importanti. Conservano cose che altrimenti andrebbero perdute, soprattutto quando riguardano un passato che molti avrebbero voluto dimenticare. Nel 1904 la Berachah Rescue Home non era stata di certo l’istituzione che i vicini erano contenti di avere attorno. Dava ospitalità alle “donne cadute”, cacciate di casa a causa di una gravidanza fuori dal matrimonio o che si trovavano in strada per altri motivi, con la promessa che avrebbero aiutato loro e i loro bambini. La maggior parte delle istituzioni caritatevoli si aspettavano di vedere quelle donne cedere i bambini in silenzio, per affidarli a brave famiglie cristiane che di bambini propri non potevano averne. Ma non la Berachah. “Dio ti ha dato la bambina”: le parole di sorella Susie erano diventate per Lizzie la promessa che tutto quello che avrebbe fatto da quel momento in poi sarebbe stato per il bene della sua bambina. “Anche se non è accaduto in circostanze ideali, sei la madre migliore che lei possa avere”. Perché la piccola Docie meritava una vita migliore di quella che aveva avuto lei, nessuno l’avrebbe meritata, nemmeno Mattie, nonostante i suoi errori, nonostante Cap. Secondo il reverendo il piccolo sarebbe stato accolto in paradiso a braccia aperte. Dio non riteneva i bambini responsabili delle proprie azioni, loro, al contrario dei genitori, non sapevano ancora distinguere il bene dal male...

Julie Kibler, dopo un esordio di successo come quello di Tra la notte e il cuore, torna a parlare di donne e di seconde occasioni nel suo nuovo romanzo Come rugiada nel buio, con cui conferma l’abilità di calarsi in epoche diverse dalla propria, con tanta grazia quanta crudezza, perché questo è un romanzo complicato e intenso, di certo non facile da mandare giù, eppure meraviglioso nel suo essere così schietto e concreto. Protagonista di questo secondo tentativo è Cate, una bibliotecaria quasi incapace di avere a che fare con persone vive e situazioni reali. Rimane così colpita da Lizzie e Mattie, da sentirsi a loro profondamente legata e, sebbene narrate attraverso due linee temporali diverse, le storie delle tre donne, donne forti e uniche, ognuna a modo proprio, si dimostrano essere più vicine di quanto il tempo permetterebbe. Nonostante un inizio un po’ lento e a tratti confusionario, nel corso delle pagine la Kibler non fa altro che gettare le fondamenta di un discorso sull’andare avanti, sul potercela fare, i cui i nodi verranno al pettine solo alla fine, contribuendo tanto a garantire una lettura a perdifiato quanto una storia emozionante e vera. Per tutta la durata del romanzo resta vivo il monito a non arrendersi mai, perché la verità è che un luogo, o una persona, non possono essere tormentate da nulla se non dal loro stesso passato e che la volontà di aggiustare le cose, per quanto inaspettata, può essere trovata ovunque, in un posto, in un’amica, in un ricordo.