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Come sasso nella corrente

Maurizio Protti è un sessantaseienne scorbutico e dalla vita difficile. Quando l’alcol non gli avvelena il cervello, è uno che si accontenta di quel che ha, pur restando un inguaribile sognatore. È un uomo che sogna spesso mete impossibili da raggiungere. Vive in una dimensione fantastica ma evita accuratamente di sognare una vita felice. Quel sogno per lui deve restare lontano, deve essere tenuto a distanza - anche se ciò non sempre avviene. Nelle lunghe notti senza sonno, mentre scrive storie alla fioca luce di una lampada, la felicità è spesso vicino a lui, seduta a dormire sulla panca. A primavera, quando gira i monti per ascoltare il soffio dei galli forcella, la scopre accanto a sé. Se la trova appresso, la vede vicina, la sente, le parla. È la felicità che gli indica col dito il canto degli uccelli, che gli fa sentire il respiro notturno dei boschi addormentati. Se la trova attorno nelle uscite a tagliare legna, quando gli alberi arrugginiscono nei colori dell’autunno e il sole indebolisce sempre più lontano all’orizzonte. D’estate, mentre scala le rocce verticali, Maurizio avverte la felicità stare dietro di sé, alle spalle, la sente salire silenziosa con lui, e librarsi nel vuoto come una gazza ladra. Anche la felicità caccia di frodo. Caccia un po’ di vita sua, di lui, ma spara a salve, pesca con ami senza punta, riempie pozze vuote con l’aria del momento, ossigeno vitale che scappa sempre via. D’inverno, mentre cade la neve, e i ciuffolotti vincendo la paura bussano ai vetri per avere qualche seme, lui fugge nei boschi innevati a spiare la natura congelata, udire il crepitare dei cristalli sui rami, vedere gli animali disperati che vagano latrando in cerca di cibo. E non è solo. Anche durante la brutta stagione la felicità sta con lui, vola di albero in albero…

Come sasso nella corrente è il titolo incisivo dell’autobiografia di Mauro Corona. Più che un romanzo si tratta in realtà di uno scritto impietoso in cui l’autore utilizza la tecnica della narrazione in terza persona per dare voce ai fantasmi che agitano le sue giornate e che hanno origine in un passato autenticamente problematico. Abbandonato dalla madre e maltrattato dal padre il giovane Maurizio Protti (alter ego dell’autore) cresce nei boschi e matura in un ambiente misero assieme a due fratelli, ai nonni ed a una zia sordomuta. Durante le vacanze estive viene inviato negli alpeggi a pascolare le mucche in cambio di vitto e alloggio. Dopo la tragedia del Vajont, si trova improvvisamente “rinchiuso” in un collegio di padri salesiani a Pordenone e lì coglie l’importanza del sapere come mezzo per elevare lo spirito. Legge Čechov e Tolstoj, apprezza le sagge indicazioni degli insegnanti, che lo spingono a scrivere frasi brevi e coincise. Sono i rudimenti dello stile paratattico che assieme al tratto elegiaco riguardo le descrizioni dell’ambiente naturale costituiscono la cifra narrativa dello scrittore Mauro Corona e dunque l’equivoco circa il protagonista dell’opera appare immediatamente risolto. Dopo il collegio la vita porta altro al giovane: porta l’esperienza come cavatore di pietra, come scultore, porta agli esordi timidi ed incerti nella letteratura, lo conduce alle scalate in alta montagna e al successo. E tuttavia “dentro”, nell’intimo, nella parte più recondita di sé l’uomo resta un irrisolto, un “don Chisciotte del nulla”. La definizione è tratta ovviamente dal libro ed è l’etichetta che Mauro Corona appiccica a Maurizio Protti e dunque a sé stesso. La penna dell’autore in questo caso è acuminata come una lama perché ha scarnificato l’anima di colui che coraggiosamente, senza infingimenti né di carattere stilistico né di carattere sostanziale ha scelto di scrivere per fare autocritica e mettersi a nudo. Le ferite dell’infanzia - quelle che gli psicologi definiscono ferite emotive - vengono riproposte ad ogni frase e ripetute ad ogni capitolo a dimostrare in maniera irreversibile l’origine della rabbia e delle intemperanze dell’uomo ed a giustificare lo smodato desiderio di celebrità dell’artista. I passi impietosi e amari del racconto rendono la lettura interessante anche per coloro che solitamente non sono appassionati delle storie di Corona, la coraggiosa autoanalisi disseminata a piene mani nel volume intriga in misura maggiore rispetto a quello che può essere il valore letterario dell’opera. In ogni caso questo libro costituisce un ritratto unico dell’uomo che spesso in Tv, nel programma della RAI curato dalla giornalista Bianca Berlinguer, appare come personaggio ridicolo e caricaturale, fornendo al contempo spessore morale ad un individuo volutamente appiattito – anche riguardo le esperienze artistiche come scrittore e come scultore – nel riflesso dello schermo e della comparsata televisiva