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Come sfamare un dittatore

Come sfamare un dittatore

Nella segretissima base cambogiana dell’Angkar, in una capanna nella giungla, la giovane attivista Yong Moeun incontra per la prima volta Fratello Pol Pot. L’emozione la travolge, la voce le si strozza in gola, riesce solo a pensare che è un bell’uomo e ha un bel sorriso. Invece di ragguagliarlo sugli umori della gente dei villaggi che aveva attraversato per arrivare fin lì, tace, aspetta che sia lui a parlare per primo. Ha un aspetto tranquillo e dei modi di fare calmi e rassicuranti. In quel periodo dai compagni è chiamato ancora Fratello Pouk, che in lingua khmer significa “materasso”. Davvero strano come nome di battaglia; sicuramente è perché lui cerca sempre di mitigare i contrasti, di farsi morbido per indirizzare la giusta via, è questa l’essenza della sua forza. Per Yong Moeun, come per gli altri compagni, Pol Pot rappresenta la bontà in persona. Alla fine della giornata una proposta per lei arriva direttamente dall’attendente personale di Fratello Pouk, c’è bisogno di una cuoca, nessuna è durata abbastanza. Yong Moeun non ha mai cucinato, ma ricorda le ricette e i passaggi, che ha visto da piccola, osservando sua madre ai fornelli e poi non è certo una che si tira indietro. Si dà da fare tutto il giorno, prepara il pranzo e la cena, poi rigoverna. È felice di dare una mano alla rivoluzione, è felice di farlo per il mite Fratello Materasso. Ha la stoffa della cuoca e lo sarà per lui con amore e dedizione...

Witold Szabłowski, giornalista che ha fatto del reportage la sua forma espressiva d’elezione, si avvicina al mondo dei dittatori passando dalle loro cucine. Infatti, Come sfamare un dittatore rappresenta un modo diverso di venire a contatto con la storia di cinque dittatori: Saddam Hussein, Idi Amin, Enver Hoxha, Fidel Castro e Pol Pot. Se le loro gesta politiche e militari hanno segnato e distrutto vite, lo sguardo più intimo e personale dato dai loro cuochi mette in risalto le loro non poche contraddizioni. Szabłowski racconta l’assurdità di un lavoro dove un solo errore potrebbe essere fatale, mentre un piatto ben condito potrebbe rivoluzionare l’esistenza. Di certo i cibi non influenzano la concezione del mondo di questi uomini, ma qualche minuto di tranquillità possono regalarlo. Dopo la brevissima carriera culinaria nella città di Copenaghen Witold Szabłowski ha avuto la possibilità di apprezzare notevolmente la figura degli chef. Sono, a suo dire, dei personaggi incredibili: matematici, fisici, artisti, alchimisti tutto insieme, ma sono anche dei formidabili narratori. Ascolta le loro storie, va a parlare con degli chef in giro per il mondo e cerca quelli che hanno lavorato per i dittatori. Un lavoro di ricerca lungo e difficile - per alcuni di mesi, per altri di anni - che ha richiesto tanto aiuto da parte di collaboratori ed interpreti, pazienti trattative e graduali conoscenze. Molti di questi cuochi sono ancora vivi perché rimasti in silenzio e nell’ombra per molto tempo, senza rivelare nulla del loro lavoro precedente e soprattutto per chi avevano lavorato. Non sarebbe stato possibile, per esempio, andare al mercato e dire bellamente “Io lavoro per Saddam Hussein”, la vita sarebbe diventata complicata e forse molto breve dopo questa affermazione. Nel parlare con questi chef l’autore si sarebbe aspettato dei piatti particolari che potessero spiegare magari le caratteristiche dei vari dittatori. Per esempio, dopo la lettura di un report uscito in Inghilterra su quello che mangiavano dei combattenti nella giungla (ovvero il cuore di cobra fritto), quando parlò con lo chef di Pol Pot si sarebbe aspettato una cosa del genere. In realtà dopo tutte le conversazioni avute con gli chef, da Cuba all’Albania, dalla Cambogia all’Iraq, passando per il Kenya e l’Uganda, il comune denominatore che univa questi dittatori è che tutti avevano nostalgia del cibo preparato dalla loro mamma. Volevano sentirsi per almeno dieci o quindici minuti ancora bambini, protetti e spensierati, lontani da guerre, complotti, assassini e tradimenti. Witold Szabłowski oltre che intervistare i cuochi dei dittatori ha cercato di cucinare con loro e condividere questa esperienza, lavorando insieme. La più toccante per lui è stata quella con Abu Alì, lo chef di Saddam. Hanno cucinato il masgouf, una specie di carpa che si trova solamente in pochissimi laghi dell’Iraq. Questo pesce è stata l’unica cosa di cui Saddam non poteva fare a meno, ricordo della sua infanzia, ed è stato ciò che l’ha tradito. Non voleva denaro né confort, ma solo questo pesce. Infatti, le foto della sua cattura lo ritraggono vicino a questi laghi.