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Come stare soli

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Quando suo padre muore, la madre fa pubblicare sui giornali un annuncio nel quale indica che l’uomo è morto “dopo lunga malattia.” Jonathan avverte in quell’annuncio tutto il risentimento che sta dietro l’aggettivo “lunga”: sua madre, infatti, ha dovuto lottare per anni contro il morbo di Alzheimer, che ha colpito il marito e ha impegnato quotidianamente tutti coloro che gli sono stati accanto. L’Alzheimer è una malattia dall’inizio piuttosto insidioso. Poiché anche le persone sane, invecchiando, tendono a perdere la memoria, diventa difficile stabilire quale sia il primo ricordo a cadere vittima della malattia. Con il padre di Jonathan, poi, la questione diventa ancora più complicata, in quanto l’uomo, oltre a essere depresso e parzialmente sordo, assume altri farmaci, piuttosto potenti, per una serie di disturbi. Ecco quindi che diventa facile attribuire la causa di ogni comportamento diverso dalla norma ai farmaci, alle allucinazioni o alla depressione. Quello tra i suoi genitori è tutt’altro che un matrimonio felice. I due restano insieme solo per amore dei figli e perché convinti che il divorzio, comunque, non li aiuterebbe a raggiungere alcun tipo di serenità. Finché il padre lavora, ciascuno dei due gode di una certa autonomia e le cose vanno bene. Quando l’uomo va in pensione, nel 1981, ecco che la situazione assume risvolti più burrascosi e spesso Jonathan, quando fa loro visita, deve ascoltare le lamentele di uno e dell’altro, nonché svolgere la funzione di paciere… I libri di sessuologia popolare rappresentano una parte dell’industria del sesso, ma, proprio in quanto libri, ne sono la fascia maggiormente rappresentativa. Anche se gli autori di questo genere di letteratura, poi, sono in grado di riconoscere la supremazia del linguaggio, non credono che i lettori sappiano come e quando usarlo…

Tredici saggi, pubblicati su diverse riviste americane tra il 1994 e il 2001, raccolti in un unico volume e collegati da una profonda riflessione, da parte dell’autore, sulla solitudine. Jonathan Franzen – scrittore e saggista statunitense vincitore del Whiting Writers’ Award nel 1198 e dell’American Academy’s Berlin nel 2000; annoverato tra i venti scrittori del XXI secolo dal New Yorker – pone alla base di ciascuno dei saggi di cui si compone il testo il problema di come “preservare individualità e complessità in mezzo al frastuono e alle distrazioni della cultura di massa: la questione di come stare soli.” Quel che occorre trovare è, quindi, il coraggio di abbandonare qualunque tipo di rumore e di ottundimento per coltivare una forma di solitudine che, anche se apparentemente può spaventare, risulta in realtà essere una delle chiavi di volta per la sopravvivenza spirituale di ciascun individuo. Diversi sono gli aspetti e molteplici le angolature da cui Franzen analizza il vivere quotidiano: il resoconto personale della lotta al morbo di Alzheimer, che colpisce il padre dell’autore e costringe la famiglia a convivere per anni con la malattia; l’ossessione, parecchio evidente nella popolazione statunitense, per la privacy; la situazione complessa e delicata che si vive nelle carceri americane; il compito di natura spiccatamente sociale riservato a chi si occupa di scrittura; il destino del romanzo e la scanzonata indagine sui libri di sessuologia. Franzen, con un linguaggio attento a ogni sfumatura e particolarmente raffinato – lo stesso che si coglie nella sua vasta produzione narrativa – si addentra in argomenti di diversa natura e si destreggia con la medesima abilità tra articoli di costume, indagini giornalistiche vere e proprie, pezzi autobiografici e veri e propri saggi letterari. Una lettura attraverso cui l’autore analizza la realtà che lo circonda, presenta se stesso e manifesta tutta la propria fiducia nei confronti della letteratura, potentissima arma in grado di aiutare l’individuo a sfuggire all’ineluttabilità tragica cui sarebbe altrimenti destinato.