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Come tigri nella neve

Come tigri nella neve

Corea, 1917. Il cacciatore si muove circospetto tra le montagne alla ricerca del leopardo, che è sicuro essere a caccia a sua volta. Non si vuole accontentare di un capriolo o un coniglio, che potrebbero sfamare i suoi bambini affamati, e che comunque in questa stagione sono sempre più rari, ma adesso punta al felino, la cui pelle vale più del raccolto di sei mesi. Anche l’animale ha bisogno di cibo e come lui sarà sicuramente sfinito dai giorni di caccia vana, ma il cacciatore è determinato a resistere più a lungo della sua preda, pur avendo finito le magre provviste, e anche sotto la neve che sta cominciando a cadere in soffici fiocchi. Non vuole diventarne il cibo, lui che è stato militare scelto dell’esercito imperiale, imbattibile col fucile o con l’arco. Pensa, il cacciatore, ammucchiando i ricordi come neve, e rivive l’infanzia e il padre anch’esso abile cacciatore che quando lui era solo un bambino aveva ucciso una tigre da solo. Tutto il villaggio aveva improvvisato una festa, ma più tardi, il genitore, improvvisamente serio, gli aveva spiegato che una tigre si uccide solo quando si è costretti, solo per evitare di essere uccisi, e proprio in quest’occasione questo consiglio gli torna utile. Comincia la discesa, ma la bufera si placa solo all’imbrunire, quando la neve che gli arriva ormai al polpaccio rallenta e rende pesante e faticoso il suo passo. Cade in ginocchio, poi a quattro zampe, infine si affloscia senza più forze e si raggomitola nella polvere bianca, girandosi sulla schiena per guardare la luna. Mentre giace esausto, prega il Dio della montagna, il cacciatore, affinché lo ricompensi con la salvezza per la vita che ha risparmiato alla tigre...

Un unico filo lungo mezzo secolo che lega i destini di diversi personaggi, umani e animali, è il fulcro di Come tigri nella neve, un romanzo circolare e quasi corale in cui Juhea Kim dà vita a numerosi personaggi, ognuno con la propria storia, ma tutti tra loro in qualche modo connessi dall’inyeon, quel misterioso legame profondo e inscindibile pilotato dal destino, che lega alcune persone per sempre, indipendentemente dalle loro storie. Uno stile delicato e riflessivo, tipicamente orientale e per questo dal consenso non unanime: procede indolente e spesso statico, lento e senza colpi di scena verso un finale tiepido. Impregnato di cultura tradizionale, tanto affascinante quanto lontana dai nostri usi e costumi, per distanza sia geografica che temporale e talvolta difficile da comprendere. Pochissimi i dialoghi, la cui percentuale esigua sbilancia l’insieme verso la parte narrata, molto più corposa e ricca di (troppi) dettagli, molti dei quali appesantiscono e rallentano la narrazione. Vivide e dettagliate le descrizioni, invece, che grazie alla scrittura quasi visiva, immergono il lettore in colori e profumi lontani. Una vicenda che è anche un viaggio in un contesto storico poco conosciuto e poco studiato, ma che ci insegna ancora una volta come guerra, povertà, fame, censura e repressione siano uguali sempre e dovunque, e come la storia non faccia che ripetersi. In una Corea dominata dal Giappone, una storia di riscatto, potere, dolore, abbandono, sentimenti, amicizia, coraggio, amore, sofferenza, dedizione, rimpianto, lealtà e lotta per l’indipendenza e la libertà, perché ognuno di noi lascia su questo mondo impronte nitide, come le tigri nella neve.