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Come un fiore di ciliegio nel vento

Come un fiore di ciliegio nel vento

Provincia dell’Echigo, Giappone, anni Settanta del 1800. La piccola Etsu-bo Sama, così come viene affettuosamente chiamata, è figlia di un samurai e vive in una zona piuttosto isolata del Giappone. La lunga catena dei monti Kiso rende l’Echigo molto diverso dalle altre province dell’Impero giapponese, regalando ai suoi abitanti inverni freddi, lunghi e molto nevosi. Ed è proprio per questo motivo che, nell’antica epoca feudale, l’Echigo veniva considerato un luogo adatto all’esilio di delinquenti illustri e influenti, come i riformatori politici o religiosi. Nella casa di famiglia, situata nella periferia dell’antica città di Nagaoka, Etsu-bo vive con i genitori, l’onorata nonna, il fratello, la sorella e i servitori, tra cui Jiya, il capo della servitù, e Ishi, la sua balia. Durante l’epoca delle guerre di Restaurazione a suo padre erano stati affidati la responsabilità e i doveri della carica di daimyo. Purtroppo, però, la provincia dell’Echigo si era schierata dalla parte sbagliata ed era finita tra i perdenti. Per questo il padre di Etsu-bo era stato preso prigioniero per un certo periodo di tempo. Dopo la sua liberazione, nell’ormai lieto periodo della Restaurazione, l’onrevole samurai ha comunque mantenuto una certa posizione sociale e non manca mai di recarsi ogni anno nella capitale per il consueto viaggio di rito, che lui definisce una “finestra affacciata sui giorni della crescita”. Estu-bo è sempre entusiasta di quelle trasferte paterne, perché al suo ritorno il genitore fa rivivere a lei e alla sua famiglia i fantastici scenari del Giappone attraverso vivide descrizioni dei luoghi attraversati durante il viaggio. E anche perché, per tutti loro, porta sempre una discreta quantità di doni curiosi e sconosciuti: giocattoli, articoli per la casa e rarità importate dall’estero. Etsu-bo ha questo nomignolo per l’educazione che riceve. Il suffisso -bo, infatti, viene usato per i nomi maschili, al contrario del -ko femminile. Ma lei è nata con il cordone ombelicale arrotolato attorno al collo come il rosario di un bonzo. È stato proprio il Buddha, infatti, ancora prima della sua nascita, a decidere quello che la piccola diventerà in futuro: una sacerdotessa…

La “figlia del Samurai” del titolo originale dell’opera è la stessa autrice, Etsu Inagaki Sugimoto. Nata nel 1874, alla fine dell’epoca Meji, ossia quando il Giappone iniziava pian piano ad aprirsi al mondo dopo un isolamento durato secoli, vive una vita particolarmente avventurosa e quanto mai degna di essere raccontata. Questo romanzo, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1925, giunge finalmente in Italia con un secolo esatto di ritardo e un titolo piuttosto fuorviante, che porta la mente del lettore all’immaginifico Giappone dei romanzi degli autori nipponici contemporanei che ultimamente spopolano, e che poco o nulla combacia con la vicenda qui narrata. Come un fiore di ciliegio nel vento, infatti, è un’autobiografia che racconta uno spaccato di vita del Giappone tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Un mondo in cui gli anziani venivano rispettati e onorati; i defunti erano sempre presenti nella vita dei propri cari, tanto da “partecipare” alle cene di famiglia; in cui le figlie femmine venivano date in sposa in giovane età e dovevano affrontare viaggi anche di intere giornate per raggiungere la loro nuova casa. È un mondo di regole ferree, di uomini e donne pronti a sacrificare la propria vita e quella dei propri figli pur di mantenere alto l’onore della famiglia, ma anche in cui si dà grande importanza all’educazione delle giovani generazioni e in cui iniziano ad arrivare le novità dai Paesi con si comincia a intrattenere scambi commerciali. Proprio a questo proposito, all’interno di questo imperdibile memoir si assiste a scene di un divertimento genuino, come quella in cui i domestici di casa Inagaki scambiano degli asciugamani turchi per eleganti coprispalle di cui fregiarsi per andare a pregare al tempio. Il racconto di Inagaki Sugimoto avvince e coinvolge con il suo stile personale, capace di trasmettere con estrema semplicità al lettore le innumerevoli emozioni vissute durante le molte tappe della sua vita. La capacità dell’autrice di descrivere le scene più tragiche senza mai scendere nel dramma, mantenendo sempre quel rigoroso contegno tutto nipponico, poi, è il vero e proprio tocco di classe di un romanzo che, grazie a questa perfetta traduzione, non potrà che spiccare tra i tanti – troppi – titoli provenienti dal Paese del Sol Levante che affollano le librerie senza, però, regalare questa autenticità.