Sarebbe facile ridurre tutto a “Camilleri sono”, ma sarebbe troppo banale. Il Camilleri che abbiamo apprezzato e conosciuto soltanto in età matura ha avuto un percorso artistico e civile molto lungo e tortuoso. L’esordio letterario di Andrea Camilleri da Porto Empedocle non è legato al Commissario Montalbano o a qualche spettacolo teatrale, ma alla poesia. Giovane balilla, comincia a scrivere versi già all’età di dieci anni: l’educazione fascista, appresa sui banchi della scuola elementare, penetra i suoi primi componimenti, quartine rigorosamente in rima, che si incentrano sul Duce, sui moschetti, sulla patria. Sono versi figli di una storia che poi ha rinnegato, ma sui quali dà l’avvio alla sua formazione artistica. E la sua passione per la poesia riceve fin da subito un illustre riconoscimento: nel 1947 partecipa al famoso premio Saint Vincent, la cui giuria è presieduta da Giuseppe Ungaretti, il quale sceglie tre suoi scritti per l’antologia di giovani poeti pubblicata da “Lo Specchio”. Soltanto all’inizio degli anni Cinquanta, dopo una prima palestra in alcuni giornali siciliani, si “converte” al teatro: vincitore di un altro premio, il premio Faber, con un breve testo teatrale stavolta, decide di entrare nel 1949 all’Accademia nazionale di arte drammatica diretta da Silvio d’Amico, e da lì inizia un suo personalissimo percorso di ricerca letteraria e identitaria, che, complice la morte del padre, lo fa approdare alla fine al romanzo. Camilleri non si accontenta di raccontare, vuole scavare nella storia e ricostruirla, in un misto di teatralità e narrazione, secondo le coordinate dettate dalla sua personale sensibilità. La narrazione non è solo frutto di spontaneità: fino alla fine, anche da cieco, Camilleri lavora sulle sue carte con estrema attenzione, scrivendo, rileggendo e forgiando ogni parola finché non riecheggia il ritmo del suo sentire. Nulla è lasciato al caso, ma deve rispondere ad una modalità narrativa precisa. Tutto assume la forma di un monologo con il tempo e la natura, quello di Tiresia, stremato dalla vita, che si ritorna a casa e si ritrova nel teatro di Agrigento a raccontare a tutti la sua storia, la sua parabola…

Pubblicato come uno speciale della rivista “MicroMega”, il volume Compagno Camilleri, curato da Valentina Voch con prefazione Paolo Flores d’Arcais, raccoglie tutti i testi di Andrea Camilleri pubblicati sulla rivista stessa nel corso degli anni di collaborazione, dal 1999 in poi. Si tratta di brevi testi scaturiti da vicende attuali che Camilleri commenta con lo spirito critico di uno scrittore militante, sempre impegnato a dare ai fatti la sua particolare interpretazione. Ora interviene direttamente in prima persona, come scrittore, drammaturgo, intellettuale, soprattutto cittadino, ora invece lo fa attraverso le parole del Commissario Salvo Montalbano in dialoghi fantastici. Camilleri coniuga in questi scritti, come nei suoi romanzi, anche in quelli ambientati in epoche precedenti, frutto di ricerche mirate o rinvenimenti casuali, un forte impegno civile: nulla gli è indifferente, tutto contribuisce a delineare un pezzetto del quadro umano, prima ancora che politico e sociale, di cui si sente protagonista e spettatore. La cifra letteraria che rende unico il suo impegno civile, frutto anche delle frequentazioni con Leonardo Sciascia ed Elvira Sellerio, è la spasmodica ricerca di un proprio stile espressivo, un italiano dotto e allo stesso tempo colloquiale, contaminato dal dialetto, ma un suo dialetto personale, quello della fantomatica Vigata. Camilleri non si accontenta infatti di raccontare una storia, plasma il ritmo e il suono di quella storia al suo sentire interiore: mentre l’italiano è la lingua dell’azione, della rappresentazione, il dialetto al contrario è la lingua del cuore, del sentimento. Tutta la produzione letteraria è fortemente identitaria, coerente cioè con il suo modo di percepire una verità, fino al punto che il tratto intimo diventa universale: nello stesso universo letterario, soltanto esteriormente confinato all’interno della quotidianità della Sicilia, convivono l’ingombrante Salvo Montalbano ed il birraio di Preston, la storia e l’uomo.