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Comportati come se fossi felice

Comportati come se fossi felice

Sostiene Claudio Magris che in un testo letterario lo stile sia la cosa: il cosa deve essere identico al come. L’intellettuale triestino crede che non serva mai fare i difficili apposta, e anzi detesta le difficoltà e chi si atteggia a ermetico tanto per stupire. Quando scrive, Magris ha la sensazione di costruire un mosaico: a ogni tassello corrisponde un pezzo di vita vera; la fedeltà alla vita vera (“alle cose e alle persone”) è la strada per evitare che la morte abbia sempre l’ultima parola. D’altra parte, per Magris niente muore: “Ogni cosa che ha un valore, ogni passione, e soprattutto ogni persona, è presente a prescindere dalla morte”. Noi viviamo assieme a chi se ne è già andato, magari senza accorgercene. Sempre. Sostiene Magris che il suo Danubio, trent'anni fa, abbia anticipato molte cose che stavano per capitare: “Il problema delle frontiere, ad esempio. Il rapporto e l’ossessione dell’identità. La necessità di difenderla, il pericolo di difenderla, il problema della propria appartenenza, di chi si è, di cosa si è”. Il grande germanista crede che il rispetto sia quanto dà il senso della sacralità e della parità dei diritti di ognuno: un’etica da cui è assente qualsiasi supponenza, qualsiasi superbia. Sostiene Magris che Charlie Hebdo violava, con le sue “oscene vignette”, il primo fondamento dell’etica: il rispetto. Naturalmente ciò non giustifica il massacro della redazione della rivista satirica, si capisce. Lo scrittore crede che l’ironia ebraica sia un saggio atteggiamento di rifiuto di ogni esaltazione: un viatico alla fondamentale iconoclastia. L’anti-idolatria ebraica è un’attitudine che Magris considera “premessa di ogni libertà”. Assieme, la premessa per la difesa del proprio lavoro è un ordine maniacale, metodico: vale a dire la rigorosa tutela della routine quotidiana. Sostiene Magris che non esista crisi e non esista sofferenza o malattia in cui non emerga, da ognuno di noi, una sorta di “musica” interiore che ci restituisce alla vita con piena autenticità. Come quando Singer, devastato dall’Alzheimer, a un tratto prendeva e scriveva micidiali racconti grotteschi. Una cosa del genere…

Terza edizione, leggermente aggiornata, di un vecchio libro-intervista del giornalista e scrittore ticinese Marco Alloni (La vita non è innocente. Dialogo con Claudio Magris, ADV, Lugano, 2008; poi Aliberti, 2011, con titolo Marco Alloni dialoga con Claudio Magris. Se non siamo innocenti), Comportati come se fossi felice è un discreto omaggio all’artista padre di Danubio. È un apprezzabile scrigno di informazioni sull’autore: in mezzo a questioni etiche, estetiche o editoriali piuttosto convenzionali (autori di riferimento, retroscena dei libri più apprezzati, longevità dei giudizi critici, analisi della fortuna internazionale, polemiche sulle classifiche di vendita e anzi sulle classifiche in assoluto, etc.) emergono qua e là retroscena di qualche interesse sull’infanzia e sulla formazione dell'artista. Punto di partenza di Marco Alloni è che il massimo risultato di Magris come narratore sia Alla cieca: a giudizio dell’intellettuale italo-svizzero è qualcosa che vale “la fatica di una lettura rigenerativa e non rassicurante, ma fondativa dell’unica morale residua: quella della memoria e della consapevolezza del male”. È un punto di partenza che non condivido affatto, da ogni punto di vista, perché anzi giudico Magris un grande critico che ha periodicamente fallito l’appuntamento con la grande narrativa, ottenendo il suo miglior risultato con un romantico e intelligente libro-anfibio fuori dal tempo come Danubio; ciò non toglie che in più di un frangente mi sia appassionato, soprattutto nelle parti del libro in cui Magris parla della morte, o di cosa sopravvive alla morte, della sua scoperta e prima denuncia delle violenze socialiste a Goli Otok, e soprattutto quando restituisce aneddoti sul padre, sulla madre e su uno scombinato e talentuoso e irrisolto zio ingegnere. In generale credo che questo libro trasudi la “triestinità” dello scrittore: viva e ottocentesca, nel suo rigore morale così desueto (e così palloso, certe volte), nel suo dichiarare scopertamente un culto per l’autoironia quando invece è chiaro che ci si prende mortalmente sul serio in ogni singolo frangente della propria esistenza, nella sua chiarissima borghesia, nel suo debole per la cultura ebraica, nella sua irrisolta fame di Dio e di eternità, nel suo restituire Svevo come pietra angolare di cose anche improbabili. È pacifico dire che sconsiglio la lettura del libro ai neofiti: andate a nutrirvi alla fonte, partendo in ordine cronologico magrisiano, libro per libro. Quando sarete sazi, allora dilettatevi dei libri-intervista. Questo è certamente un semplice libro complementare.