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Confessioni di un boia

Confessioni di un boia
Numerosi sono i casi di innocenti giustiziati per errore. Nel 1928 a Londra sei innocenti vennero condannati a morte e solo grazie alla fortuna furono riconosciuti innocenti poco prima dell'esecuzione. Ma uno dei casi più eclatanti in cui è stato dimostrato l'errore giudiziario si è verificato in Francia. Oltralpe si concedono tutte le garanzie possibili ai condannati: esiste dal 1809 una suprema Corte d'Appello, chiamata Corte di Cassazione, suddivisa in civile e penale. A questa può appellarsi ogni condannato. Non riesamina la causa, ma si limita a controllare tutte le fasi del processo per verificare il rispetto delle forme previste dalla legge. Trovato un qualsiasi errore anche minimo di procedura, l'arresto è annullato e il processo rifatto. Oltre al ricorso in Cassazione, il condannato può chiedere la grazia e può farlo direttamente senza l'appoggio del tribunale che lo ha condannato. Il ricorso alla Cassazione dà quindi garanzie preziose. Un salumiere rispettabile di Alencon viene condannato a morte per omicidio. Ricorre in Cassazione e questa annulla la sentenza per vizio di forma rinviando l'accusato alla Corte d'Assise di un altro dipartimento perché nessuna corte può giudicare lo stesso caso due volte. Subisce un nuovo processo e una nuova condanna a morte. Nuovo appello e nuovo annullamento della condanna. Così per altre quattro volte. Si giunge alla settima Corte d'Assise. Le prove sono schiaccianti e il poveretto sta per essere condannato per la settima volta a morte quando un pregiudicato in carcere a Marsiglia, per un rimorso di coscienza, confessa di essere lui l'assassino e racconta i dettagli del delitto. Finalmente l'innocenza del condannato a morte viene riconosciuta e viene liberato. In tutto sono passati dieci mesi  fra condanne e appelli. Ad esempio in Inghilterra sarebbe stato impiccato dopo la prima sentenza…
L'autore di questo libro è un giornalista del XIX secolo che, convinto della necessità di bandire dalla società civile la pena di morte e della sua inutilità, sente il bisogno di spiegarne il perché. Lo fa attraverso il racconto di fatti veri e intervistando Henri Sanson, penultimo carnefice di Parigi e discendente di una famiglia di boia. La pena di morte dovrebbe essere di monito e terrorizzare i potenziali criminali così da evitare loro di commettere delitti tali da farli incorrere in questa sanzione terribile. Il messaggio che esce invece da questo testo e che l'autore intende mostrare con la sua cronaca è che succede proprio il contrario. La traduzione dal francese è a cura di Gianni Gambarotta che riporta fedelmente le parole dell'autore. Solo quando le descrizioni delle torture riproducono parola per parola quelle ricevute da altri condannati precedentemente, le taglia, ma non per desiderio di censura, solo per risparmiare al lettore un'eccessiva ripugnanza. Lo scopo di Marquand, condiviso dall’editore, è sostenere l'abolizione della pena di morte, non alimentare un macabro voyeurismo.