Richard Ellmann Lectures, 2008. Pur avvicinandosi ai settantasette anni, Umberto Eco si definisce un romanziere giovane, perché ha pubblicato il suo primo romanzo, Il nome della rosa, soltanto nel 1980, ventotto anni prima. Considera quindi la propria attività narrativa ancora agli inizi e scherza sulla possibilità di scrivere molti altri romanzi nei prossimi cinquant’anni. Precisa, inoltre, che parlerà soltanto della produzione narrativa, lasciando da parte quella saggistica, benché continui a considerarsi professore di professione e romanziere per diletto. Comincia a inventare storie durante l’infanzia. In genere trova prima il titolo, ispirato alle letture avventurose di Emilio Salgari, realizza le illustrazioni e solo in seguito inizia il primo capitolo. Scrive però tutto in stampatello, per imitare i libri stampati, e dopo poche pagine si stanca. I suoi primi romanzi rimangono quindi tutti incompiuti. Intorno ai sedici anni si dedica alla poesia, come molti adolescenti, forse in relazione a un amore platonico e mai dichiarato. L’esperienza non dà buoni risultati. Fino al 1978 Eco si sente soddisfatto del proprio lavoro di filosofo e semiologo. Ammette che molti studiosi desiderano raccontare storie e soffrono perché non riescono a farlo come vorrebbero. Lui, invece, soddisfa la propria inclinazione narrativa in due modi. Racconta storie ai figli finché questi non crescono e abbandonano le fiabe paterne per la musica rock; inoltre costruisce i propri saggi come narrazioni. All’inizio del 1978 un’amica che lavora per un piccolo editore propone a persone non appartenenti al mondo della narrativa – politici, sociologi, medici – di scrivere brevi racconti polizieschi. Eco rifiuta, sostenendo di non essere interessato alla scrittura creativa e di non saper costruire buoni dialoghi. Aggiunge tuttavia che, qualora dovesse scrivere un giallo, produrrebbe probabilmente un libro di cinquecento pagine ambientato in un monastero medievale. L’amica gli fa capire che non cerca un’opera tanto lunga e il discorso si chiude. Tornato a casa, Eco fruga in un cassetto e trova un appunto, scritto anni prima, contenente alcuni nomi di monaci. Comprende così che l’idea di un romanzo sta già crescendo in lui senza che ne sia consapevole. Immagina un monaco avvelenato mentre legge un libro misterioso Partendo da questa immagine, comincia a scrivere…

Quando Umberto Eco tiene le Richard Ellmann Lectures alla Emory University di Atlanta, nel 2008, sono trascorsi ventotto anni dalla pubblicazione de Il nome della rosa: un periodo brevissimo, almeno secondo il suo scherzoso metro di giudizio. Da quelle conferenze nasce questo volume, che offre uno sguardo diretto sul suo rapporto con l’invenzione, la costruzione dei mondi narrativi e la responsabilità dell’autore nei confronti dei testi e dei lettori. Il titolo non introduce un’autobiografia tradizionale. Eco non ricostruisce ordinatamente la propria vita, ma seleziona episodi, idee e ossessioni utili a spiegare come sia diventato narratore e che cosa accada, secondo lui, quando una storia viene progettata, scritta e consegnata al pubblico. Il risultato è insieme una riflessione teorica, un racconto personale e una lezione sul mestiere della scrittura, condotta con la consueta capacità di alternare rigore, humour e gusto dell’aneddoto. L’autore parte dall’infanzia, quando i suoi primi tentativi incompiuti contengono già alcuni tratti che torneranno nel lavoro maturo: il piacere di dare forma a un universo prima di raccontarlo, la fascinazione per i libri come oggetti e l’inclinazione a trasformare ogni ricerca in una vicenda. Uno dei nuclei più interessanti riguarda la definizione di “scrittura creativa”. Eco mette in discussione una distinzione apparentemente ovvia: perché un poeta mediocre dovrebbe essere considerato creativo e un grande filosofo no? Perché la verità scientifica, la speculazione teorica e l’invenzione letteraria dovrebbero appartenere a territori nettamente separati? Il problema non può essere risolto opponendo semplicemente realtà e finzione, perché un romanzo costruito su eventi immaginari può dire qualcosa di essenziale sulla vita, mentre un testo che pretende di descrivere il mondo può contenere errori. La differenza più significativa emerge nel rapporto con l’interpretazione. Chi pubblica un saggio teorico può correggere un lettore e dimostrare che la propria tesi è stata fraintesa. Il romanziere, invece, deve accettare che l’opera, una volta pubblicata, non gli appartenga più nello stesso modo. Può respingere letture palesemente arbitrarie, ma non può collocare la propria spiegazione al di sopra di ogni altra. Il testo entra nel mondo e incontra lettori diversi, ciascuno con la propria esperienza, cultura e immaginazione. Questa apertura non equivale però alla possibilità di attribuire a un libro qualsiasi significato. Eco torna su uno dei problemi centrali della propria ricerca: il confine fra interpretazione legittima e uso incontrollato del testo. Leggere significa collaborare con l’opera, completarne i vuoti, avanzare ipotesi; non significa ignorarne la struttura, la coerenza o i dati effettivamente presenti. L’autore descrive quindi una relazione complessa, fondata tanto sulla libertà del lettore quanto sulla resistenza del testo. Dietro queste riflessioni si intravede una vera etica della letteratura. Lo scrittore non deve spiegare troppo, imporre un’unica lettura o trasformarsi nell’autorità definitiva sulla propria opera. Il lettore, d’altra parte, non dovrebbe scambiare ogni associazione personale per un’interpretazione fondata. Il testo diventa il terreno di incontro fra due libertà sottoposte entrambe a limiti: quella di chi costruisce e quella di chi legge. Eco racconta poi il proprio metodo senza trasformarlo in una formula universale. Non offre regole rapide per diventare romanzieri né promette scorciatoie. Mostra piuttosto un processo fatto di sedimentazione, curiosità, studio, pazienza e capacità di riconoscere le immagini che insistono nella memoria. Il romanzo nasce dall’incontro fra un’ossessione e un mondo costruito con sufficiente precisione da poterla contenere. Eco passa dalla filosofia alla semiotica, dalla memoria personale alla storia editoriale, dall’aneddoto alla teoria senza perdere leggerezza. La sua erudizione, lungi dall’essere esibita come prova di superiorità, viene impiegata per creare collegamenti, rovesciare luoghi comuni e rendere accessibili problemi complessi.