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Confessioni di uno scrittore in bilico

Confessioni di uno scrittore in bilico

La risposta a una domanda che non gli è stata mai posta potrebbe essere questa: che lo scrittore è il servitore di se stesso e che il romanzo non è altro che un pezzo di prosa in cui qualunque cosa si dica sia accaduta può essere accaduta veramente oppure no. E, come ha detto a un amico: “l’idea era quella di scrivere un libro il cui tessuto connettivo non doveva essere palesemente narrazione ma ossessione, fascinazione, luoghi che non si possono lasciare alle spalle finché non ne ho scritto tutto ciò che ho da scriverne”. Dunque un viaggio fisico e metafisico insieme, con certi compagni di viaggio che sicuramente non tutti ti raccomanderebbero: Cioran, Bolaño o Bataille, accompagnati da certi funghi magici, ketamina o DMT, verso destinazioni sempre diverse. Parigi, Zagabria, Palermo, Nepal, India, Sudamerica. Alla ricerca di cosa? Non lo sa. Certo è che, terminati gli studi nel 2005, tutto quello che sapeva di voler fare nella vita era diventare famoso e viaggiare. E se ancora famoso non lo è, viaggiare è l’unico strumento che gli permette di vivere alla giornata, evitando di cadere in un baratro alimentato dalle cupe prospettive future e dagli strascichi delle droghe, che pure sono necessarie per aprire le porte della percezione. È persino arrivato a pensare che esse siano uno strumento, una tecnologia consegnata in mano all’uomo da esseri extraterrestri per arrivare a sentire la materia oscura, a comprendere che quella che chiamiamo realtà non è altro che una tasca di un multiverso molto più vasto e che continueremo ad abitare dopo la morte...

Thelonious Monk, nelle sue performance di improvvisazioni al piano, aveva un metodo bizzarro: partire dall’accordo sbagliato per poi seguire un percorso per trovare quello giusto, e da lì proseguire. Un metodo che il protagonista di questo buffo romanzo - che sia l’autore stesso o un suo alter ego poco importa - fa suo non solo per l’assunzione dei funghi magici raccolti a Phoenix Park a Dublino, ma adattandolo a tutta la sperimentazione di una vita fatta di eccessi che implicano cadute e risalite, seguite da decompressioni necessarie per analizzare quello che è accaduto. Il bisogno dello scrittore viaggiatore è quello di toccare gli estremi di tutto: fisici, sessuali, psicologici, servendosi delle persone, delle droghe, dell’alcol, delle biografie di altrettanti personaggi estremi, come l’odio di Cioran per i suoi connazionali rumeni, l’eccesso sfrenato di Bataille che nel suo libro L’erotismo sostiene che l’uomo ha perso se stesso, diventando un mezzo anziché il fine a causa della rigidità delle regole che si è auto imposto per proteggersi dalla natura. Confessioni di uno scrittore in bilico è la prima opera dello scrittore irlandese Rob Doyle a essere tradotta in Italia, ma che ha già fatto parlare di sé in patria con il precedente romanzo Here Are The Young Men, scelto come libro dell’anno dal Sunday Times e che ha visto la sua trasposizione cinematografica nel 2021. Viaggi simili, percorsi simili, quelli di Confessioni di uno scrittore in bilico e Here Are The Young Men che probabilmente non conducono da nessuna parte se non all’interno del proprio Io dove, finalmente e di nuovo, tutto è possibile.