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Confesso che ho mangiato

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Il lockdown non è la condizione ideale per un “Gastronauta”. Non lo è per uno scrittore, giornalista e gastronomo la cui attività principale consiste nel vivere la dimensione del viaggio. Come occupare il tempo da sempre dedicato alla ricerca e alla scoperta quando le possibilità di spostamento si riducono alla distanza che separa la camera da letto dal salotto? L’unica soluzione possibile è quella di compiere un viaggio nella memoria ripercorrendo il già vissuto e rievocare emozioni, situazioni e sensazioni i cui sapori restano impressi nella memoria gustativa. Ma non solo memoria dei viaggi in Canada, Bretagna, Sicilia, Basilicata, Australia, Cina o Scozia… anche un viaggio a ritroso nell’infanzia nutrita coi cappelletti e le lasagne dei nonni materni, i salumi e i bovini del nonno paterno, la vendemmia, i tortelli di patate della nonna Fortunata, le merende…

Noioso. Non strampalato, non inesatto: ma purtroppo noioso. Siamo all’overdose di prefazioni che iniziano con “C’era il lockdown…”. E allora di pubblicazioni delle quali non se ne sentiva la mancanza cominciano ed essercene veramente tante. Di quelle a tema gastronomico poi, non ne parliamo. Tanto più che adesso ci si mettono pure i virologi a scrivere libri di cucina grazie alla visibilità acquisita dal lockdown in poi. E qui, ogni riferimento alla Dott.ssa Viola è puramente intenzionale. Torniamo al nostro autore Davide Paolini: giornalista, gastronomo, conduttore radio e tv, di libri a tema “pappatorio” ne ha già pubblicati una catasta. Ora, ho capito che durante il lockdown ci si sia annoiati ma, cosa aggiunge questa ulteriore pietanza non entusiasmante da sorbirsi a panza piena? Nonostante l’indiscutibile competenza di Paolini in tema di prodotti alimentari (dai tagli di carne alle ostriche ai sistemi di produzione, vini inclusi), è veramente poco attraente la lunga lista di “ero nel posto X, alloggiavo all’Hotel Y, andai a trovare il mio amico Tizio, chef al ristorante Z dove ho apprezzato questo, quello e quell’altro assieme ai vini prodotti dal mio amico Conte Caio Serbelloni Mazzanti Viendalmare” e via così. È vero, anche Mario Soldati fece un’operazione analoga col suo Vino al vino, ma qualche differenza c’è. Certo, il Soldati, potendo viaggiare col taccuino al seguito, riuscì a trasferire le sue cronache al tempo presente, godendo così di un certo vantaggio narrativo. Cosa manca dunque alle “confessioni” di Paolini? Manca la seduzione di una penna felice, mancano i cenni storici corredati dalle saporite digressioni nell’aneddotica (quella che anche Sciascia utilizzava quando parlava di gastronomia, e ne parlava…), mancano la leggerezza, l’ironia e la capacità di comunicare e trasferire il clima e le emozioni che dovrebbero accompagnare le situazioni narrate. Tutto il resto è lista. Una perplessità poi sorge a pag. 25, quando l’autore ci racconta di avere apprezzato una portata di ostriche: “Su questo piatto è caduta per sempre la mia reticenza sulle ostriche servite calde”. Ovvero? Che prima di allora aveva taciuto fatti e circostanze inerenti molluschi che non fossero freddi? E allora richiamiamo in causa la Dott.ssa Viola che tempo fa affermava che “molte persone sono reticenti al vaccino”, anche qui: voleva denunciare un clima di omertà da Edward Jenner in poi? Forse abbiamo trovato la stele di Rosetta: leggasi “recalcitranza” nel primo caso, “recalcitranti” nel secondo. Meglio fare un esempio: diciamo che sul resto del libro sarò reticente e che, se dovessi consigliarlo caldamente, sarei piuttosto recalcitrante.