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Contro i confini

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Nell’interpretazione convenzionale, i confini stabiliscono dove finisce un Paese e dove ne inizia un altro. Sono stabili linee su una carta terrestre, rigide e, in apparenza, razionali. Servono così anche a fare da filtro agli spostamenti in entrata e in uscita di persone e di beni, dando per scontato e immutabile il sistema degli Stati-nazione, come se i Paesi fossero uguali e sovrani e le ineguaglianze, fra di loro e al loro interno, andassero considerate “naturali” e permanenti. Una tale presunzione richiede un’amnesia storica per quel che riguarda il colonialismo, e una volontà precisa di non tener conto delle attuali relazioni di dominio economico. Le cittadinanze non sono tutte eguali, sia come opportunità di una vita migliore che come effettiva libertà di movimento. Anzi, il controllo dell’immigrazione rafforza distinzioni di spazi e diritti tra popolazioni nazionali, estremamente grottescamente ineguali. Inoltre, i confini non sono efficienti nell’ottenimento dei loro presunti scopi: privano spesso le persone di percorsi sicuri e diretti, vengono comunque attraversati anche senza valida autorizzazione e, comunque, favoriscono viaggi attraverso strade diverse, costose e pericolose. La cittadinanza (selettiva) e i confini (chiusi) non proteggono la democrazia e i diritti, riproducono forme di ineguaglianza (razziale e coloniale, soprattutto), ingiustizie e sofferenze, forse andrebbero aboliti. Il movimento per l’abolizione delle frontiere mira a smantellare i confini gestiti con la forza, ma anche a coltivare nuove modalità di cura degli altri, forme di collettività arricchenti più dirette al progresso dell’umanità. Discutiamo meglio se è plausibile e se è possibile…

Due giovani freschi colti militanti inglesi, la giornalista e scrittrice Gracie Mae Bradley e il professore universitario e scrittore Luke De Noronha dichiarano fin dal principio il loro sogno (“un futuro senza frontiere”) e lo narrano attraverso un’appassionata lettura comparata del significato storico dei confini e delle connessioni tra controllo dell’immigrazione e altre forme di violenza e sorveglianza statuali. Bradley ha trascorso oltre sette anni a lavorare nel settore delle ONG, Noronha è un docente di mobilità, confini e razzismo. Il loro “abolizionismo” ha a che fare tanto con il porsi le giuste domande, quanto con il costruire le giuste risposte. La questione preliminare è che i confini attuali sono fragili e recenti, non antichi e strutturali: gli Stati-nazione contemporanei sono figli di una lunga storia (non dimenticabile) di imperi, colonialismo e schiavitù; prima del XIX secolo le politiche di controllo della mobilità tendevano a concentrare l’attenzione sull’impedire l’emigrazione o sul restringere i movimenti interni allo spazio nazionale. Dopo l’introduzione, gli autori sviscerano l’argomento attraverso sette capitoli (razza, genere, capitalismo, ordine pubblico, la guerra al terrore, database, algoritmi), un primo interludio sui futuri possibili, il capitolo proprio sull’abolizionismo, il secondo finale interludio sulle prospettive. Il filo di ragionamento è coerente: costruire e nutrire identità, relazioni e pratiche che rifiutano la logica del confine e lottare per ridurne la portata nella quotidianità. Offrono spunti, lanciano idee, riconoscono ostacoli, descrivono esempi, insomma decostruiscono e iniziano a ricostruire. Non sempre curando i dettagli, ovviamente. Non sempre risultando convincenti, ovviamente. Restano molti utili stimoli.