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Corpi estranei

Corpi estranei

Regenta, litorale abruzzese, settembre 1937. Un bambino di cinque anni, di nome Manuele, viene portato in ospedale quasi in fin di vita, in preda a dolori lancinanti. Il corpo è ricoperto di forellini e vescicole attorno all’ombelico, che fanno sospettare il medico di turno che si tratti di una strana forma di morbillo o varicella. Ma non appena le sue dita sfiorano i grumi, il bambino grida dal dolore. Sfiorando la chiazza infiammata, emerge invece la cruna di un piccolo ago conficcato. Il chirurgo e il suo aiutante, sgomenti, non se la sentono di proseguire. Le radiografie che chiederanno di fare mostrano la presenza di un centinaio di minuscoli corpi estranei presenti all’interno del corpo. Sono aghi, spilli, chiodini da calzolaio che qualcuno ha infilato nella carne del piccolo come fosse un puntaspilli o la bambolina di un rituale. Le indagini portano alla condanna della nonna Rina, detta la magana, e Francesco, cognato di lei. “Tu sei malato, e zio e nonna ti devono curare con le punture, sennò muori” gli dicevano. Un rituale compiuto tra le mura di casa dove l’intera famiglia dei Lafusce vive nel degrado ed è complice muta di questo orrore e portatrice di disgrazie. La madre Amanda, meretrice e che Manuele va a trovare al bordello, non comprende il dolore per le punture che il piccolo non osa confessarle e la pomata rinfrescante che la donna gli spalma per lenire il male non guarisce nulla. Una vita, quella di Manuele, destinata alle tribolazioni. Dopo la condanna dei due, nessuno degli altri suoi parenti accetta di accoglierlo e il bambino vivrà nella misera, tra la sporcizia e gli stenti fino all’ingresso in orfanotrofio. Ma la pace, semmai dovesse arrivare, è ancora lontana. Nemmeno da giovane uomo la vita gli riserverà fortuna, ma incubi notturni e una ricerca spasmodica di affetto da parte di chi lo ha sempre rifiutato...

“Nascere è un bel rischio. Chi può dire che cosa ti può capitare, nascendo?” sostiene lo scrittore Saul Bellow nel romanzo Herzog. Niente di più vero per quanto riguarda la storia di questo sfortunato bambino che Pier Paolo Giannubilo ricrea partendo da una storia terribilmente reale. Modificando i nomi e immaginando i luoghi, ricostruisce però l’orrore primigenio, dopo aver conosciuto il vero Manuele e fatto proprie tutte le emozioni scaturite dai ricordi dell’uomo. Un orrore, un incubo che oscilla tra cronaca – del caso del bambino puntaspilli, all’epoca, si interessò anche Dino Buzzati – fiaba nera e grottesca che però riporta alla memoria una fotografia di un’Italia alla vigilia delle leggi razziali, nella quale povertà e ignoranza erano ovunque. Ciò che sorprende, e che Giannubilo racconta magistralmente, è la tenacia di questa piccola creatura indifesa ma che si aggrappa con ogni mezzo alla vita. Che non vuole morire anche se il lettore la invocherà per lui centinaia di volte come pace finalmente ottenuta, come fine di uno strazio insostenibile. Ci si chiede come si sia potuto arrivare a tanto, infierire così sul corpo di un bambino, per poi alzare lo sguardo alla cronaca moderna e accorgersi che la cattiveria umana non è di fatto cambiata di molto. Nella dozzina del Premio Strega con Il risolutore (https://www.mangialibri.com/il- risolutore), Pier Paolo Giannubilo riporta alle stampe, con una nuova edizione rivista e ampliata, una storia d’altri tempi, angosciante e dura, ma che la bravura dell’autore hanno sapientemente saputo raccontare in questa nuova veste.