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Cosa rimane dei nostri amori

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Anni Novanta, Calabria. Nella casa di Caccuri, la famiglia Jaconis ha l’abitudine di tenere i peperoni appesi al soffitto infilati uno ad uno come perle di una collana di coralli. Per essere sicuri che si asciughino bene, ogni grappolo viene esposto all’aria in direzione Crotone perché proprio da lì i refoli sono quelli asciutti della marina. Dai primi anni Sessanta la famiglia abita in quella casa in una palazzina a due piani affacciata su un’ampia distesa di ulivi proprio a ridosso del castello. In certe notti il signor Amilcare Jaconis, padre di Jacopo, si affaccia alla finestra più alta della casa per scrutare il cielo stellato e poi si mette a leggere, dimentico di tutto. Per due o tre ore l’uomo si spoglia della dimensione umana per addentrarsi in quella dei romanzi che tiene in mano e che lo assorbono completamente. La madre di Jacopo, la signora Beatrice, invece è donna pratica e per contrastare l’apparente immobilità del coniuge si dedica spessissimo alla preparazione di pietanze succulente muovendosi con leggerezza all’interno della cucina di casa. Si tratta di uno spazio totalmente dedicato al cibo ed ai sensi dell’olfatto e del gusto. Dal soffitto penzolano salumi tipici legati ad una canna lunga quanto tutta la parete, alla finestra sono collocate le piante aromatiche ed ogni discussione che non sia gastronomica viene bandita dalla padrona di casa. In cucina si parla di olive da addolcire nella calce e nella cenere, di funghi porcini da raccogliere sotto gli alberi di un bosco proprio nel punto in cui i castagni accolgono la luce del giorno, di melanzane da tagliare a filetti e conservare nei contenitori di coccio. Gli altri membri della famiglia, oltre al narratore, hanno nomi evocativi densi di rimandi letterari e sono il fratello minore Andrea e le sorelle Anna, Lucia e Penelope…

Olimpio Talarico insegna letteratura ed è uno degli organizzatori del Premio Letterario Caccuri, dedicato soprattutto alla saggistica e divenuto, già da qualche anno, punto di riferimento rilevante nel panorama editoriale italiano. Oltre a questi impegni si dedica alla narrativa e lo fa con uno stile personale e con un’acuta visione spazio-temporale del ritmo narrativo. Eh sì, in effetti il romanzo dal titolo “sospeso” che recensiamo - parte iniziale di una trilogia dedicata al paese natale dell’autore - si può leggere e al contempo fiutare o ascoltare perché contiene aromi, profumi, e musica, tanta musica da rapire ogni lettore. Non si tratta di folkloristiche tarantelle però, pur trovandoci in territorio calabro lo scritto non è per nulla contaminato da “neorealismo” meridionale: non sono descritte scene pastorali, né troviamo estratti di vita agreste o affreschi di borghi abbandonati. Talarico supera gli stereotipi che spesso incastrano la regione sotto la perenne atmosfera livida del sottosviluppo e presenta una trama vivace e avvincente che si sviluppa attorno ad un caso di cronaca nera, del tutto inventato, accaduto nel borgo il 19 marzo 1964. Ovviamente il racconto giallo è l’occasione per scorrazzare in lungo e in largo per il paese, per conoscere gli abitanti e le loro abitudini, per ammirare le meraviglie di un territorio incontaminato sospeso tra la Sila e il Mar Jonio. È anche l’occasione per riflettere su tanta ottima letteratura che viene espressa da autori meridionali non sempre adeguatamente ripagati dalla critica e dai lettori. Ad alleggerire il racconto alcune “pennellate” surreali veramente efficaci. Una tra tante quella ha per protagonista Federico Fellini, il quale rivolgendosi al protagonista del libro Jacopo Jaconis, musicista famoso, autore di colonne sonore di film di successo internazionale afferma: “Non fare il modesto calabrisello, un giallo così non si vedeva dai tempi di Hitchcock”. Ecco, la lettura di questo libro piacevolissimo sprigiona tanti di quegli stimoli che si giunge alla fine dell’opera quasi senza accorgersene e con la sensazione di aver arricchito il proprio bagaglio interiore.