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A cosa servono i gatti

A cosa servono i gatti

Quando Paolo Nori si trasferisce nella sua nuova casa a Casalecchio di Reno, dopo una prima luna di miele fatta di cacciaviti a stella e chiodini per appendere i quadri, ne comincia un’altra più vischiosa fatta di merendine e stanchezza e notti trascorse a letto a guardare YouTube con una scarpa sì e una no. “Era difficile, quel periodo lì. Era difficile. Come se fosse tutto, d’un tratto, troppo tranquillo. Come se fossi soddisfatto. Soddisfatto di cosa?”. “E quando le cose andavano male, e le cose andavano piuttosto male, mi veniva su una tenerezza, per me, per la vita insensata, che non avrei saputo dire se fosse stata un bene, un male, oppure niente”. Colonna sonora di questi altalenanti periodi, punto fermo della vita di Paolo Nori, è il miagolio gutturale della gatta Learco (chiamata anche Fufi. O Avvocato), che aveva deciso di non entrare mai nella sua camera da letto. E Paolo Nori nel frattempo viaggia, Bologna, Roma, Torino, Milano, Macerata, e ogni tanto gli domandano “Ma tu, c’eri anche tu, tra quelli che vogliono incidere sulla realtà?” e ogni tanto lui si domanda: “A cosa servono i gatti?”. E capite bene che in tutto questo cercare di capire se sta andando tutto bene o se sta andando tutto male è la cosa più difficile che c’è…

Cos’è un esercizio di stile? Se si parla di Nori, un esercizio di stile sono 60 pagine illustrate dai gatti rossi di Andrea Antinori, con gatti rossi, che li leggi una volta e ti sembra che parlino di uno che scrive libri e del faticoso processo di traduzione di Oblomov. Li leggi a distanza di un paio di mesi e ti sembra che parlino effettivamente di gatti, e della loro inspiegabile capacità di farci sentire manchevoli. Li leggi dopo un anno esatto e ti sembra che parlino di: senso di inadeguatezza, smarrimento, di tempo che passa, di cose che cambiano. E di cose che, nonostante tutto, restano uguali.