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Cose portate dal mare

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C’era solo la radio. Quella radio ad onde corte che, sintonizzata sulla Rai, permetteva, in un passato non troppo lontano, di rubare pezzi di musica italiana. Un passato fatto di sogni di conquista dello spazio e di incontri con gli extraterrestri, di televisori con antenne ingombranti. La radio diventa strumento quasi magico di contatto con lingue di terre straniere che rendono meno stringente l’isolamento, di possibilità di assaporare pezzi di libertà, “la formula per sognare il mondo ad occhi chiusi”. Dal 1945 al 1990 l’Albania vive un progressivo isolamento dal demonizzato Occidente, terra di capitalisti, per guardare con favore al comunista Oriente. L’isolamento è il prezzo da pagare per diventare “il solo paese socialista del mondo”. Un sogno dal costo troppo alto: chiudere le frontiere (economiche, culturali, politiche), aumentare i controlli e le restrizioni. Con il quasi immediato effetto di mitizzare, nella mentalità comune, l’Occidente come terra di libertà. La progressiva riapertura degli anni ’90 fa dell’Italia la “porta” verso la presunta terra dell’abbondanza e della felicità. Ma la fiducia (anche irrazionale) degli albanesi nei confronti delle riforme, alla caduta del totalitarismo, ha basi fragili e illusorie: l’interesse degli albanesi per l’Occidente non è ricambiato allo stesso modo…

La salvezza dell’Albania sembra passare dall’importazione della cultura occidentale. Quelle Cose portate dal mare, come recita il titolo di questo saggio denso, fitto fitto di eventi, riflessioni, rimandi letterari. Una lettura tagliente, dettagliata ed obiettiva della storia recente, che propone una prospettiva inedita e interessante per rileggere i fatti, anche italiani, con lo sguardo albanese. Ardian Vehbiu, classe 1959, scrittore e traduttore albanese, attualmente residente a New York, propone una visione che non fa sconti, che mantiene la crudele consapevolezza dell’essere rimasti indietro per seguire un falso mito, quello della cultura occidentale, costruito sulla musica, sul cinema, sul fascino della lingua. Una vera e propria colonizzazione che si avvia e si consolida grazie alla radio e ai programmi televisivi che raccontano un Occidente emancipato, libero, democratico e tecnologicamente affascinante. Cinquantuno capitoli per altrettante riflessioni, profonde e attente, rispettose della storia, tracciate con uno stile frizzante e scorrevole che tengono il lettore (complice la comune esperienza legata ai fatti della storia narrata) attaccato alla pagina. Per scoprire che gli albanesi (come gli italiani) coltivano da sempre una loro propria dimensione europea. Anche più e oltre quanto essi stessi possano credere.