A distanza di otto anni dal suo ultimo viaggio in Svizzera, Hugh Person esce dal taxi e si ritrova davanti alla facciata dell’Hotel Ascot, un orrendo edificio in pietra e legno con imposte di color rosso ciliegia che lui, per uno strano inganno della memoria, ricordava essere di color verde mela. Mentre firma il registro e consegna il passaporto alla reception, chiede notizie del vecchio Kronig, ma la ragazza al banco gli dice che l’ex direttore è morto l’anno prima. Person chiede di poter avere la stessa stanza nella quale aveva dormito in occasione del suo ultimo soggiorno. Non si ricorda il numero, sa solo che era al terzo piano, aveva un numero intorno al 350, guardava verso est e in pratica non aveva nessuna vista particolare. Purtroppo le indicazioni sono troppo vaghe, anche perché i vecchi registri sono stati distrutti e non c’è quindi più nessuna traccia del precedente soggiorno di Person. Inoltre, il terzo piano è al completo e lui deve quindi accontentarsi di una stanza al quarto piano, esposta sì a est ma dotata di una vista su un enorme cratere zeppo di scavatrici. Per il resto, la stanza è priva di ogni tipo di comfort: il letto è un incubo, nel bagno manca la vasca, l’asse del water si rifiuta di restare alzato e il rubinetto emette un forte getto di acqua rugginosa. Questa è la quarta volta che Person si trova in Svizzera. La prima risale a diciotto anni prima, insieme al padre, fresco di vedovanza e che proprio durante quel viaggio sarebbe morto di colpo a causa di un infarto, lasciando al figlio, oltre a un “paffuto portafoglio” con tremila dollari all’interno, anche “un senso generico di liberazione, come una grande brezza, estatica e pura, che portava via gran parte del marciume della vita”…

Cose trasparenti è uno degli ultimi romanzi di Vladimir Nabokov e venne pubblicato quando il grande scrittore russo aveva ormai raggiunto i 73 anni di età. Il senso del titolo viene spiegato già nelle prime due pagine del libro: le “cose trasparenti” sono gli oggetti, sia quelli fabbricati dall’uomo che quelli naturali, che hanno la capacità di far balenare, al di sotto della loro apparenza presente, i ricordi del passato. Dopo aver scoperto subito le carte, Nabokov ricorre a tutto il suo mestiere per costruire una narrazione nella quale i piani temporali si confondono, la realtà corre a braccetto con il sogno e i dettagli più apparentemente banali e insignificanti finiscono per costruire una rete fittissima di rimandi, condita dai soliti virtuosismi linguistici e stilistici che i lettori di Lolita e Fuoco pallido ben conoscono. Mavis Gallant, recensendo il romanzo per il “New York Times”, lo definì “imprevedibile ed eccentrico”, proprio come il genio di Nabokov, che “dopo aver passato la sua vita a edificare il Taj Mahal”, ci consegna in quest’opera una sorta di miniatura parodistica dei suoi lavori più noti. A distanza di anni, il giudizio della Gallant rimane in effetti il modo migliore per definire questo romanzo alquanto particolare. Le note caratteristiche dello stile di Nabokov, come l’ironia graffiante, la predilezione per i giochi di parole, la capacità unica di descrivere gli oggetti più minuti dando loro vita in modi sempre inaspettati, sono perfettamente riconoscibili, ma sono messe al servizio di una narrazione in cui il vecchio Vladimir sembra aver voluto giocare con il lettore al gatto con il topo. Potrebbe forse sembrare uno sfoggio di bravura fine a sé stesso, da parte di uno dei massimi scrittori del Novecento. Oppure l’ennesimo guanto di sfida lanciato a critici e commentatori, per dimostrare una volta di più che l’arte è sempre sfuggente e non si lascia facilmente accalappiare. O anche, più semplicemente, la dimostrazione di come uno scrittore geniale rimanga sempre tale, anche quando ci regala un romanzo per certi versi “minore” come questo.