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Cover story – Le più belle copertine dei dischi italiani

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È un giorno come tanti in Brianza. In un bar di Erba alcune persone stanno ammazzando il tempo cimentandosi in una partita a biliardo. Attorno al tavolo, c’è anche un signore baffuto, tale Sergio Mambretti, celebre pasticcere della zona. Siamo negli anni ’70, 1973 per la precisione. Usiamo l’immaginazione: alla radio stanno passando Baglioni con Amore bello (ci torneremo più tardi), al bancone un gruppo di signori di mezza età sta bevendo Fernet Branca in bicchieri tubolari malconci. Sono impegnati a parlare di Boninsegna, poco gli interesserebbe sapere che l’aquila simbolo del celebre amaro milanese è opera di Leopoldo Metlicovitz che, quell’anno, firmerà anche la grafica di copertina di Parsifal dei Pooh. Attraverso i vetri opachi del locale, si scorge una sagoma, contraddistinta da una folta chioma di capelli ricci, avvicinarsi all’ingresso. La porta si apre, il tempo si ferma: l’uomo entrato nel bar è Lucio Battisti. I più anziani non lo riconoscono, ma la maggior parte dei presenti resta paralizzato. Il cantante, dopo essersi guardato un po’ attorno, sembra puntare Mambretti. “Tu con quei baffoni, ti andrebbe di comparire sulla copertina del mio nuovo disco? C’hai ‘na faccia perfetta!”. Sergio accetta e passa una giornata indimenticabile, assieme a tutti gli altri figuranti assoldati per comparire nell’immagine che accompagnerà l’album Il nostro caro angelo. Il tutto si chiude con una festa in osteria, con tanto di presenza dei Fab Two Battisti e Mogol. Il compenso è di 250.000 lire, un intero mese di stipendio per un solo giorno di lavoro. Sergio non li vorrebbe accettare: troppi per uno abituato a svegliarsi alle tre del mattino. Ma Lucio, bonariamente, gli dice: “Pendili. Te li sei guadagnati.”. Se fossimo in un film, l’inquadratura sui due si sposterebbe verso l’alto per poi puntare verso sud, velocemente, per percorrere mezza Italia, arrivando nei pressi di Roma. Un ancora capellone Claudio Baglioni, deciso a tagliare i ponti col passato, sta dando fuoco alla sua mitica 2 Cavalli, l’auto super-usata che lo accompagna da anni e che lui, affettuosamente, chiama Camilla. A documentare il momento epocale c’è anche una troupe della RAI. Ma Camilla è destinata a restare nel cuore del cantante romano e dei suoi fan che la ritroveranno, per sempre, sulla copertina di Gira che ti rigira amore bello

Oltre a quelle vagamente osé di Fausto Papetti e quelle coi tipici primi piani di Julio Iglesias della collezione dei miei genitori, la prima copertina di un 33 giri che abbia attirato la mia attenzione è stata quella di A kind of magic dei Queen; era il 1986 e avevo sette anni. I quattro musicisti inglesi, resi cartoon in stile Disney, coi loro colori sgargianti, in contrasto con lo sfondo nero, avevano davvero qualcosa di magico. Quell’album entrò nella mia vita prima come immagine e, solo anni dopo, come contenuto (da buon collezionista, oggi ne posseggo varie copie). A quattordici anni scoprii, poi, Breakfast in America dei Supertramp (classe 1979, come me). L’immagine della classica waitress americana che si erge a Statua della Libertà, con lo sfondo fatto di brik di latte e succo d’arancia a mo’ di skyline newyorchese, mi colpii talmente tanto che, vent’anni dopo, quando andai per la prima volta negli Stati Uniti, atterrai al Kennedy proprio con quell’album in cuffia (per poi attraversare il Queens con Springsteen come colonna sonora). Il giornalista Roberto Angelino, con la supervisione dello storico grafico Luciano Tallarini, parte proprio dalla potenza comunicativa esercitata dalle cover dei “padelloni” internazionali (citando le storie dietro a quelle di The freewheelin’ di Bob Dylan e di Sgt. Pepper lonely heart club band dei Beatles) per costruire il suo saggio sulle altrettanto interessanti declinazioni italiche di questa vera e propria arte. Ogni capitolo è un viaggio attraverso il tempo e lo spazio, durante il quale l’autore divaga in molteplici collegamenti senza perdersi, però, in inutili concetti retorici del tipo “quelli sì che erano bei tempi”. Agelino prende, infatti, in esame storici lavori dei grandi protagonisti della musica italiana, affiancandoli a quelli di tanti artisti di vario genere per organizzare, virtualmente, una mostra fotografica che ripercorre cinquant’anni di storia. Un libro che guarda indietro e al presente, ma con uno sguardo rivolto al futuro, con la speranza che il ritorno dell’interesse verso le copertine formato “30x30” possa contribuire alla creazione di nuove immagini senza tempo.