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Crapalachia - Biografia di un luogo

Crapalachia - Biografia di un luogo

La famiglia McClanahan vive nel West Virginia, ai piedi della catena montuosa degli Appalachi, ed è composta da individui nati per trasformarsi in personaggi di un romanzo. Nonna Ruby, indomabile matriarca e protagonista assoluta, una che ha chiamato tutti i figli con nomi che terminano con il suono “i”, colleziona fotografie di defunti e calcoli biliari, e si fa asportare un seno, in via precauzionale, per poter dire di essere una sopravvissuta al cancro; lo zio Nathan, affetto da paralisi cerebrale e trattato come un bambino, uno che crede di essere diventato famoso perché un predicatore l’ha nominato in tv e che chiede al giovane Scott di versargli la birra nel sondino gastrico; Little Bill, che da piccolo veniva sempre rasato per prevenire i pidocchi e che da grande soffre di disturbo ossessivo compulsivo e passa le giornate in cerca di qualcosa da disinfettare; e poi ancora la zia Mary, che parla soltanto di quando era magra; Rhonda, la robusta assistente sociale che si innamora del suo accudito, la zio Nathan; e così via. Ma, come esplicitato già dal sottotitolo, altrettanto protagonista è il luogo in cui tutto ciò avviene, quella regione protetta dalla catena montuosa il cui nome è qui deformato dal prefisso “crap”, ovvero “merda” (e quindi: “un posto di merda”): sono questi territori, rappresentativi di un’America rurale che forse oggi non esiste più, a plasmare i propri abitanti, a farne le pedine di una dimensione alternativa della quale non si sa mai se ridere o piangere...

Crapalachia si presenta sotto forma di un memoir romanzato, più vicino a una raccolta di racconti che a un romanzo, con giocosi elementi di autofiction. Stabilire il livello di adesione alla realtà è difficile, e nemmeno auspicabile (poco cambierebbe se il cognome della famiglia protagonista fosse diverso da quello in copertina), ma se qualcuno ne sentisse la necessità troverà in coda una serie di chiarimenti dell’autore su date reali e mistificazioni varie. A destare attenzione è una caricatura dei personaggi che, con buone probabilità, ha generato alter ego più che ritratti. Presto però diventa chiaro quanto i loro eccessi siano una conseguenza di un contesto sociale infausto, nel quale lo sfruttamento operaio ha lasciato cicatrici insanabili: “senza il carbone delle nostre montagne non avremmo vinto le due guerre mondiali”, sostiene McClanahan in un’intervista, ricordando le migliaia di vittime delle miniere e individuando l’origine della povertà (concreta e spirituale) dei loro successori: “solo i poveri sono abbastanza disperati da andare a lavorare in una buca e ringraziare Dio per il lavoro che hanno”. Dopo un po’, non stupisce scoprire che Charles Manson sia nato in West Virginia, né diventa facile dimenticare quest’informazione. Questa imprescindibilità dal paesaggio crea un legame con una parte della grande letteratura americana: da un lato, possiamo fantasticare numerosi rimandi, tra classici e contemporanei, dal Faulkner a Gaddis fino a Chris Offutt, ma soprattutto Breece D’J Pancake, che raccontò i disagi degli stessi territori nell’unica antologia portata a termine prima del suicidio, Trilobiti (1977). Ci sono però delle differenze sostanziali con buona parte degli autori cui McClanahan è stato accostato. Innanzitutto, se Pancake e altri hanno raccontato le persone attraverso i luoghi, a suo dire McClanahan ha cercato di operare il processo inverso, ovvero raccontare la storia dell'Appalachia attraverso i suoi abitanti, un’attività da lui accostata alla cosiddetta psicogeografia. Ma soprattutto: Crapalachia è umoristico quanto nessuno dei suoi riferimenti, il che da un lato lo ridimensiona, dall’altro lo rende godibile, e più accostabile alle situazioni borderline di Welsh; certo, parliamo di un umorismo macabro, disperato, a tratti asfissiante, ma comunque evidente ed efficace già a partire dalla prosa e confermato dai titoli dei racconti (E ora un promemoria sul tema di questo libro e di tutti i libri; Stronzi folli che conoscevo; e così via), e dai frequenti tentativi di inficiare la sospensione dell’incredulità e di ibridare testo e paratesto in un’ottica postmodernista. Non sono rari i momenti in cui il narratore, di punto in bianco, dice “Fermi un secondo!”, magari per fornire al lettore la ricetta di un “pollo con la salsa” alla quale ha fatto cenno. Per McClanahan ogni ricordo è importante e nel suo libro la memoria ha un ruolo cruciale, per via del potere mitopoietico, in quanto bacino di storie che si trasformano e gonfiano fino a diventare leggende. Quello di McClanahan è insomma, per sua stessa ammissione, un esperimento di evocazione degli zombie attraverso l’esercizio della memoria: “Volevo scrivere un elenco di tutte le persone che avevo conosciuto e conservarle nel mio cuore. Volevo avere un loro elenco anche se non potevo vedere i loro volti”. E ancora: “Questo libro è una macchina del tempo”, insiste McClanahan, per poi ammettere che il suo viaggio infradimensionale si è trasformato in una “preghiera egoistica” e forse egocentrica. Per essere apprezzato dall’inizio alla fine Crapalachia richiede quindi la buona predisposizione, la simpatia e la pazienza di un lettore che sappia apprezzarne il piglio anarchico, i salti temporali e un messaggio di fondo che, nel lungo termine, trasformerà ogni sorriso in una smorfia.