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Cronache da Ferroponte

Cronache da Ferroponte

Ah, quel chiodo nel pane proprio non ci voleva… E non ti va a rompere proprio il molare del sindaco? Ma come? Il decantato pane genuino di Ferroponte, quello consumato persino da chi lo vende fino a, come s’è detto, il sindaco in persona… Eh no, ora è un problema. Ora che gli organi preposti alla vigilanza non abituati alla gestione straordinaria, adusi a non fare occhio a tutto l’illecito che a Ferroponte costituisce il quotidiano, dovranno pure fare o inventarsi qualcosa, un indignato stupore magari. E il sindaco? Non deve forse la propria posizione al placet di Don Salvatore? Eh sì, problema. Sì, perché tutti i forni abusivi che producono quel pane sono sotto il controllo del “Don”. E di furberia in furberia, scappa fuori che, per meglio lucrare, la legna usata per il “pane genuino di Ferroponte” è ricavata sfasciando le casse da morto riciclate. Se poi le indagini arrivano alla farina di quel pane si finisce per scoprire che c’è un viavai notturno di camion che con bolle false trasportano farine tossiche dall’Est Europa, proibite in tutta la comunità europea. E pensare che Rosina con quel forno ci campava, grazie proprio alla concessione di Don Salvatore che l’aveva in qualche modo “risarcita” per la perdita del marito operaio, caduto da un’impalcatura di uno dei suoi cantieri che – abusivamente, si capisce – avevano trasformato Ferroponte in una colata di cemento senza criterio. Non prima però d’aver riempito gli scavi con rifiuti tossici di ogni genere, illegalmente, ovvio. A Ferroponte si muore più che altrove, se non d’arma da fuoco, di malattia e, su questo, nulla può fare nemmeno ‘O Cardinale, quell’ometto squallido, rancoroso e infelice che ha fatto della mediazione con le Istituzioni la sua arte. A Ferroponte si vive così, a Ferroponte si muore così…

Partendo forse dal principio latino secondo il quale Nulla est maior probatio quam evidentia rei, ovvero che non c’è niente di più probante dell’evidenza dei fatti, Aniello Milo lascia che a rappresentare una radicata “cultura” del malaffare siano, attraverso una serie di “istantanee letterarie” scattate su ciascuna esistenza, i vari personaggi che popolano l’immaginario paese di Ferroponte, area metropolitana di Napoli. Capitoli brevi per ciascuna figura che, come fosse la tessera di un mosaico, va a confinare con almeno altre tre tessere, componendo alla fine un quadro generale netto, dai contorni ben precisi. Nella ricercata semplicità di stile cronachistico, ricorda l’efficacia con la quale, nel film Amici miei, il figlio decenne del Perozzi (Noiret), lasciato in affido al decaduto conte Mascetti (Tognazzi), riesce con un tema di poche pagine riguardante la giornata trascorsa, a sintetizzare il fallimento e lo squallore della vita del “Conte” il quale, dopo aver preteso di controllare il tema, decreta un dieci e lode abbandonandosi ad un pianto rassegnato. Ecco, così è anche qui, ed anche qui c’è da piangere. Senza bisogno di ricorrere ad inchieste di secondo e terzo livello – ci ha già pensato Saviano –, Milo rappresenta il prodotto singolare e collettivo di secoli e secoli di “furbizia”: la bruttezza. La morte per intossicazioni e malattie varie da inquinamento, per malasanità, per morte violenta. Bruttezza idiota delle vite vissute rappresentata anche plasticamente dal paesaggio violentato. Il tutto a costo di una cupezza e di un’angoscia quotidiane dalle quali non sono esenti neanche coloro che il “sistema” lo gestiscono, lo perpetrano e lo infliggono, o del quale ne anelano l’ascesa ai vertici. Cronache da Ferroponte è più che utile per distruggere quell’aura di fascino intorno alla malavita che troppe fiction hanno cavalcato e cavalcano. L’arrecare danni senza neanche trarne effettivi vantaggi è proprio degli imbecilli: chiarissimo, lo si potrebbe sottotitolare La fessaggine dei furbi.