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Cronache di quartiere

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In fondo il quartiere è come un paesotto: tutti si conoscono, tutti sanno tutto di tutti, tutti fanno considerazioni e chiacchiere. Il barista, soprattutto, conosce anche le singole preferenze di ogni cliente, ne sa gli orari e la capacità di pettegolezzi sempre nuovi. Come quel Pozzi, l’ingegnere che verso le 11, tutti i giorni, si mangia il suo tramezzino al tonno. È lui che racconta al barista della vigilessa Vanessa, alla quale l’uomo che l’ha messa incinta passa gli alimenti, pur non volendo sapere nulla del bambino. Gli racconta anche dell’insegnante, un altro cliente del bar, che vive con un uomo, anche se nessuno sospetta nulla. Pure gli anziani del quartiere osservano e poi parlano, magari litigando con i propri figli che li invitano a non trarre conclusioni affrettate. Ma se assistono a scene ogni giorno! Se quella del palazzo di fronte torna a casa a mezzanotte, tutta vestita bene con gli stivali sopra il ginocchio è normale che quel brav’uomo del marito le urli dietro. Non sa con chi è uscita! Lui è avvocato, lavora dieci ore al giorno e lei ha fatto tombola nel trovare uno così. Ma questo non è farsi gli affari degli altri. A una certa età sono poche le cose da fare: tenere la casa in ordine, cucinare qualcosa, fare la spesa nel quartiere... Normale fermarsi a far due chiacchiere e venire a sapere che la Guardia di Finanza è andata nel bar in fondo alla via, da quello che non fa mai gli scontrini e gli ha fatto una multa che se la ricorderà a lungo. Dalla pensione a loro viene tolto fino all’ultimo centesimo di tasse e quindi gli anziani gongolano. Con i clienti, poi, bisogna saperci fare, un tempo c’era tutta un’attenzione diversa! D’altronde anche nelle coppie non è che sia più come prima: ora basta una litigata e si divorzia, non preoccupandosi nemmeno se ci sono figli di mezzo. Invece servirebbe più pazienza, magari ogni tanto far finta di non vedere che il proprio marito se la intende con quella delle Poste, ma ognuno ha i suoi difetti...

Immaginare la vita degli altri, pur in presenza di eventi concreti, è da sempre uno sport nazionale, ma è al tempo stesso anche un passatempo “rischioso”, perché, anche se le finestre hanno vetri trasparenti, è sempre complicato avere la certezza di ciò che accade sul serio tra le persone di cui non si conoscono i dialoghi, i pensieri, le parole... Eppure è un esercizio che facciamo sempre e anche con una certa soddisfazione. A volte è solo un puro volo di fantasia, un voler immaginare cosa si nasconde dietro la luce di una finestra, magari “schermata” dalle tendine. Altre volte ci basiamo su alcune parole captate, dette magari ad alta voce durante un litigio, oppure alimentiamo le nostre considerazioni con scene intraviste, risate, ombre impercettibili, o la nettezza di un abbraccio (dovuto, magari, a chissà cosa) per costruirci le nostre storie. Anche i pettegolezzi nascono così. Inutile nasconderci dietro a un dito: lo abbiamo fatto tutti, perché è quasi un processo spontaneo, naturale, che scatta anche senza volerlo, quasi un riflesso incondizionato a ciò che vediamo o immaginiamo accada dietro una finestra, la vetrina di un negozio, un portone sbattuto, ecc.. E in questo Cronache di quartiere l’autore ci dimostra che non sempre siamo in grado di decifrare quello che gli altri pensano di noi, perché anche noi, è ovvio, siamo, in modo uguale e contrario, protagonisti inconsapevoli dei pensieri e delle chiacchiere degli altri! Soprattutto spesso ci fidiamo del nostro modo di sentire, delle nostre emozioni, dei nostri ragionamenti, ma non sempre pensiamo che ognuno ha la propria testa e il proprio vissuto. Se non serve a far del male agli altri, l’immaginazione è un bel gioco della fantasia. Ma la realtà è la realtà e come dicono i nostri anziani, non possiamo giudicare qualcuno se non dopo averci mangiato insieme almeno sette coppe di sale.