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Cronache terrestri

Cronache terrestri

Albenga, 16 luglio 1947. In un basso stanzone messo a disposizione dalla Croce Bianca, “col soffitto imbiancato a calce, lungo le pareti le vetrine con la bandiera del sodalizio e appesi i ritratti di vecchi benefattori”, è stata allestita la camera ardente delle vittime del naufragio della motobarca “Annamaria”, avvenuto quella mattina. Quarantatré bambini, orfani di guerra tra i 4 e i 13 anni ospiti della colonia estiva della “Solidarietà Nazionale” di Loano e quattro donne che erano a bordo dell’imbarcazione, diretta all’Isola Gallinara per una gita e inabissatasi a meno di cento metri dalla riva dopo aver urtato un palo. “Quarantatré piccolissimi uomini allineati su un unico pancone, poi a destra quelle quattro donne, unite a loro da un bizzarro destino, distese su un pancone separato, quasi fossero delle intruse. (…) Tante bambole, sembrano disse uno. Quarantatré bambole con dentro chiuso in ciascuna il vasto mistero della morte”. Chiunque entri nello stanzone rimane attonito, raggelato, sconvolto. Sembra che sia proprio lì tutto il dolore del mondo. La gente di Albenga sfila silenziosamente, mentre fuori si sentono suonare lontani dei clacson, splende il sole. Verso le quindici arriva un primo autobus da Milano, con a bordo circa quaranta persone: sono le madri, i padri, i nonni, gli zii dei bambini morti. Nella piazza battuta dal sole e affollata, la calca si apre e per istinto forma una specie di corridoio per farli passare. C’è un silenzio spaventoso. “Si formò nella sala un vortice di atrocissimo dolore umano. Non avevo mai immaginato che il cuore potesse essere così totalmente sconvolto dalla sofferenza del prossimo. Tutti, non esagero, piangevano senza ritegno”. Per altre due volte un autobus arriva e una comitiva di parenti viene scaraventata in quell’orrore. “Soprattutto terribile mi sembrò un padre. Veniva da solo. (…) E non disse una parola, non ebbe un sospiro o una lagrima, lo vidi anzi a poco a poco diventare di pietra. Fissava con avida intensità il figlio nato inutilmente da lui e mi parve di leggere nella sua faccia un rimorso cupo, senza rimedio, quasi che tra l’uomo e il bimbo ci fosse stato un lungo e meschino malinteso. (…) Gli altri ululavano, si torcevano le mani, piombavano in ginocchio pregando e maledicendo. Il taciturno signore, immobile come una statua, faceva più paura di tutti”…

È il primo dei titoli postumi della bibliografia di Dino Buzzati, questo Cronache terrestri. L’ha curato nel 1972 – a pochi mesi dalla morte del grande scrittore – Domenico Porzio, suo amico e collaboratore. Si tratta della raccolta di un centinaio di articoli pubblicati tra 1933 e 1971 sul “Corriere della Sera”, il “suo” giornale. Buzzati ha infatti meno di ventidue anni quando nel 1928, appena conseguita la laurea in Legge, entra nella redazione di via Solferino, dove rimarrà tutta la vita, passando da correttore di bozze a cronista, da redattore a corrispondente di guerra, da redattore titolista a elzevirista, da inviato speciale a critico d’arte. Se si dà uno sguardo d’insieme a questi testi, dove – per citare la quarta di copertina – si “fondono mirabilmente pratica pubblicistica e creatività, in un incontro eccezionale tra giornalismo e letteratura”, si nota una certa asimmetria, non si può fare a meno di avanzare almeno una critica alla curatela di Porzio: le cronache di guerra avrebbero meritato un volume a parte e comunque suonano stonate, fuori sincrono rispetto al resto del libro. A parziale discolpa di Porzio va fatto notare che nel 1972 il Ventennio fascista o la Seconda guerra mondiale sembravano assai meno distanti, erano vivi non solo nella memoria ma nella biografia di tutti gli over 40. La sensazione di dissonanza è sensibilmente più sfumata per gli articoli sull’alpinismo, meno numerosi e tutto sommato più “letterari”. Il resto è puro talento, che ammiriamo leggendo e che ci interroga, chiede – come scrive Claudio Toscani nella sua introduzione al volume – “un supplemento di verità al cerchio stretto delle esperienze, delle conoscenze, dei giorni e delle occasioni, (…) una verifica, un verbale d’appello ai decreti del mondo, agli eventi, ai sentimenti, alle necessità, ai casi. Senza teorizzanti propositi né categorie di pensiero. Fuori da convenzioni e convenienze, ma dentro la fantastica fragilità del vero e le contundenti verità della fantasia”.