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Cronachette

cronachette

Nella corrispondenza tra Mérimée ed il bibliografo Panizzi spunta fuori che Stendhal, nel periodo in cui era console francese presso gli Stati Pontifici, aveva trascritto dagli archivi Vaticani una serie di atti processuali aventi per oggetto accadimenti scandalosi. Poiché uno degli atti riguarda il principe Pietro Bonaparte, loro contemporaneo, nel carteggio si scorge il tentativo di ricostruirne la figura. Ci pensa Sciascia a farlo, completando questo gioco di scatole cinesi e tirandone la morale dietro le quinte: di come a volte la casualità faccia vestire ad un imbecille i panni della Storia… ammettendo che anche la Storia possa vestire i panni d’un imbecille. In entrambi i casi il panorama resta costellato di piccole e grandi, poche o tante vittime. È solo una delle sette “cronachette” che vanno dal ‘700 di Don Alonso Giron (un delitto eccellente nell’epoca dei Viceré di Sicilia), alla fine dell’Inquisizione (Don Mariano Crescimanno che muore folle ed urlante in una segreta) per approdare al Novecento de L’inesistente Borges (capolavoro sublime), tutti accomunati dall’ottica in base alla quale “I piccoli fatti del passato, quelli che i cronisti riferiscono con imprecisione o reticenza e che gli storici trascurano, a volte aprono al mio tempo, nelle mie giornate, qualcosa di simile alla vacanza. Diventano cioè riposo e divertimento, come la lettura di un libro di avventure o poliziesco (…) lo scioglimento di un rebus o cruciverba”. E questo spirito viene integralmente conferito alle storielle esposte, sempre che non sia l’autore stesso a rafforzarne, facendo finta di niente come al solito, la chiave di lettura indagatoria e speculativa…

Non un saggio storico nel senso ortodosso (del resto come coniugare Sciascia con l’ortodossia?), bensì “cronachette”, cronache minori e nascoste, pescate qua e là nei meandri della Storia con il gusto dell’indagine e della costruzione d’ipotesi, lasciando ampi spazi a riflessioni astratte, paralleli col presente, citazioni e digressioni letterarie condite con il gusto della “vicenda”. “Vicenda” quasi intesa nel senso provinciale di “diceria” che passa sottotraccia attraverso bocche apparentemente reticenti, elargita con parsimonia, ma alla fine elaborata con maestria. Il “si dice..”, “pare che…”, “supponiamo che…”, lo svelare ed il tacere tutto “sciasciano” e molto siciliano. Così come sciasciana e siciliana ne è l’esposizione colta, arguta, libera di spostarsi dall’arzigogolo attento e capzioso al giudizio lapidario buttato lì con simulata noncuranza (come non richiamare alla mente il fantastico finale di A ciascuno il suo nel quale, dopo la retorica ipocrita intorno al defunto protagonista, la sintesi arriva con tre parole impietose dette a mezza bocca…). Questa è l’inarrivabile forma siciliana di Sciascia, la contrapposizione connivente tra l’ampollosità araba e la sintesi del lògos greco. La ridondanza del barocco in mezzo al paesaggio brullo. Il conflittuale e armonico convivere di verbosità e laconicità. Il meglio del pensiero siciliano, ma non per questo meno universale.