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Crying in H Mart

Crying in H Mart

Michelle piange da H Mart. No, nessuno studio di psicologi o gruppi di sostegno. È un supermercato, rivenditore di prodotti coreani negli Stati Uniti. Certo questi non hanno nulla di commovente. Nulla, se non il ricordo che Michelle li lega alla sua infanzia a Seul. È in Corea che le sue radici fioriscono da quelle della sua Omma, anch’essa coreana, e da quelle del padre, americano. Prima che il kimchi, la pasta di fagioli rossi dolce e i prodotti per la pelle fossero conosciuti in tutto il mondo, per Michelle la Corea era solo famiglia. Tra gli scaffali di H Mart, tra i noodles e l’occorrente per la fermentazione, sono disposti i suoi ricordi di Seul, a casa della nonna, e quelli della madre. Lì dentro c’è tutta una vita. i corridoi del supermercato sanno dei momenti in cui, nelle sue prime estati coreani, la nonna e la mamma le insegnavano le sue prime parole nella sua lingua d’origine. Omma: mamma. La più bella, che riempie la bocca, e la più triste da pronunciare. In alcuni scompartimenti, quelli che meno vorrebbe percorrere, vi è la sua adolescenza: quando ha scoperto che l’arte le avrebbe rubato il cuore. La scelta di fare musica, le difficoltà di una giovane ragazza senza denaro in contrasto con la sua famiglia. Gli anni in cui lei e la madre non avevano più una lingua comune. Nemmeno la Corea apparteneva più ad entrambe. Michelle voleva essere una musicista ribelle americana. Vi sono poi i reparti più terrificanti, più glaciali delle celle frigo. Sono quelli della morte. Il cancro che ha consumato e spento e spento la sua Omma, ribaltando ogni priorità di Michelle. Tuttavia, è proprio tra quei ricordi bui che ne emergono alcuni di sorprendenti: quelli in cui si ricordò di essere coreana. O meglio, una figlia di madre coreana...

Michelle Zauner, meglio conosciuta come la voce del gruppo indie Japanese Breakefast, racconta in Crying in H Mart le memorie della malattia e della morte di sua madre. Non si può tuttavia definire come un tragico diario dei suoi ultimi momenti sulla terra o una riflessione su ciò che significhi essere una figlia orfana di madre. Nonostante il dolore traspaia chiaramente, esso è un inno alle proprie origini. L’espediente per raggiungere tale scopo è il cibo coreano. Tra gli usi e i costumi che determinano le tradizioni di un paese, il cibo è sicuramente tra i più rappresentativi. Tavole imbandite di pietanze tradizionali significano immediatamente unione, famiglia o, in senso più vasto, comunità. Nel caso di Michelle e la madre, tale celebrazione delle loro origini è ciò che permette loro di ritrovarsi negli ultimi momenti della loro vita insieme. Da quando nascono, è la madre che si occupa di nutrire i propri figli per farli crescere in salute. Ciò che rende Crying in H Mart tanto commovente è proprio lo stravolgimento di questa naturale suddivisione dei compiti. È la giovane Michelle a sfamare la madre, imparando a cucinare tutti i piatti coreani che ne hanno segnato l’infanzia. Quelli che anche a lei ricordano la nonna e la vita passata. L’autrice afferma più volte che il mondo si divide in due: quelli che hanno provato un dolore tanto grande e quelli che ancora lo devono fare. Tuttavia, prescindendo dal vissuto personale, riusciamo ad avvicinarci al suo dolore attraverso la scrittura. A permettere questo è il perfetto equilibrio tra tristezza ed ironia che tanto somiglia alla vita reale. In essa non è mai tutto luminoso o tutto buio. Anche nei momenti di più profondo dolore vi è sempre qualcosa che strappa un sorriso. Il supermercato coreano in America è la perfetta rappresentazione della vita dell’autrice: una realtà lontana, un passato, congelato nel momento presente. Un tempio della memoria dove poter tornare per ricordare sé stessi e, semplicemente, piangere senza ritegno.