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Culhwch

Culhwch
Culhwch è un eroe, ma non riesce a capire perché. È figlio di Goleuddydd, figlia del principe Anllawdd, e di Kylidd, figlio del principe Kelyddon. Ecco, incominciate ad abituarvi a queste parentele. Qui, ogni tre righe della nostra storia, c'è un padre che richiama a un re che richiama a un cavaliere errante dall'acconciatura demenziale, che richiama a un cavallo parlante, dalla parlantina forbita e surreale. Perché siamo in quello che in apparenza dovrebbe essere, più o meno, il Galles del mito, e gli eroi nascono anche nei porcili. Come Culhwch, che di eroico sembra - persino a lui - non avere niente, e la sola cosa che sembra fin da piccolo saper far bene è far impazzire la madre: "Gli eroi, nel Galles del mito, si annunciano sempre facendo impazzire la madre durane la gravidanza". Quando Goleuddyd, madre di Culhwch, muore, lascia la cospicua e reale eredità al figlio. Intanto, Kylidd, il padre di Culhwch, si risposa con una malvagia matrigna, la moglie del re Doged, che Kylidd strangola personalmente mentre ne usurpa il regno. Per impossessarsi dell'eredità della madre di Culhwch, la malvagia matrigna invita Culhwch a prendere in moglie sua figlia. Al rifiuto di Culhwch, la megera risponde con un anatema: “il tuo fianco non toccherà mai quello di un'altra donna, finché non avrai avuto Olwen, la figlia di Yspaddadden Capo dei Giganti!”...
Da qui inizia la maledizione e nello stesso tempo l'avventura e l'epopea di uno dei più importanti miti del Galles antico, quello di Culhwch e della sua ricerca dell'amore impossibile, Olwen, la donna più bella del mondo. Un mito che, tra storia, leggenda e divertissement, Andrea Roncaglione tenta di riportare ai giorni nostri con una parafrasi esilarante, che purtroppo troppo di sovente si concede azzardati e superflui voli pindarici in zone d'ombra di una comicità che alcune volte lascia interdetti. Ma la vera capacità di Roncaglione, la sua grande forza, è la capacità di essere sempre in linea con l'assurdo, con il nonsense. Sa spiazzare continuamente con intrusioni di linguaggio contemporaneo a fare a cazzotti con una prosa raffinata e precisa; sfruttando un umorismo fumettistico a metà strada tra Buonanotte alle Favole di Silver e Drusiani e la comicità parodistica di Leo Ortolani, Roncaglione forgia un percorso narrativo solido, figlio di una competenza stupefacente della materia da parte dell'autore: questo romanzo, infatti, è costellato di continue citazioni, corredato da note e da richiami alle fonti più autorevoli del genere, dettagli di stile che, senza timore di smentita, potrebbero far pensare di avere per le mani un testo didattico  per introdurre le matricole di qualche prestigioso college inglese alla mitologia made in UK, redatto, però, con la mano ferma e ben calibrata di un importante docente di Filologia romanza britannica teso a far avvicinare i propri studenti all'opera. Ripercorrendo le orme illustri di Cervantes o, per rimanere in casa nostra, del Calvino de Gli Antenati o il Benni di Elianto, Roncaglione gioca di spada, di giganti, di streghe, di cinghiali e di cavalieri, per irridere e abbassare i toni dell'epica letteraria ancestrale, smontando il mito pezzo per pezzo, riuscendo a far convivere i macchinosi momenti di competente ricostruzione accademica, storica e geografica del Galles delle origini, terra forse tra le più belle e sconosciute dell'intero mondo celtico, con flash di gags e dialoghi paradossali, inventati di sana pianta dall'autore, in pieno stile Fratelli Marx. Culhwch – Apprendista eroe alla corte di Artù, pubblicato per la neonata e coraggiosa Miraggi di Torino, si colloca quindi in un territorio, anche editoriale, finora ignoto alla produzione letteraria italiana contemporanea. Un territorio in cui il genere, invece che essere osannato, viene sbeffeggiato, un luogo cinico e irresistibile dove monumentali cattedrali di archetipi su cui l'epica prima il fantasy successivamente hanno fondato la propria forza e la propria, spesso in effetti, paradossale credibilità, precipitano. Spavalderia, onore, gloria, prove impossibili, l'irraggiungibile amata, il cavaliere nero, la Tavola Rotonda, Re Artù: ogni canone classico diventa un pretesto  per Roncaglione per massacrare con stile il mito gallese, per riportarlo con leggerezza, forse il solo modo possibile, a un pubblico così avulso a questa realtà come quello italiano. Spingendosi fino a cavalcare ragionamenti di filosofia estrema, Roncaglione ci concede un'opera, che alla lunga forse stancherebbe, ma che per 148 pagine, si può ampiamente sopportare. Una lunga cavalcata nel ciclo bretone tradizionale che tanto sarebbe piaciuto ai Monty Phyton di "Brian di Nazareth" e che getta una luce di novità nel panorama letterario italiano.