Un uomo siede al tavolo di un bar con una donna e le racconta, tra un bicchiere e l’altro, la propria esperienza di soldato portoghese inviato in Angola durante la guerra coloniale. Alterna i ricordi del passato africano alle divagazioni del presente, scivolando dall’una all’altra dimensione con la stessa fluidità con cui passa dal drambuie alla vodka. Il racconto comincia con l’arrivo a Luanda: il porto si presenta come un luogo misero e soffocante, con magazzini che ondeggiano nell’umidità e nel calore, l’acqua torbida, funi marce. Uomini neri si accovacciano in gruppi sotto una luce accecante, mentre uccelli bianchi si dissolvono tra le palme della baia e sull’Isola di Luanda donne stanche bevono champagne scadente. Sottotenenti dall’aria studentesca conducono i soldati verso vagoni da bestiame sul pontile di Cruz Quebrada, circondato di alghe e detriti. Sul treno che li porta verso la caserma, l’uomo osserva le bidonville attorno a Luanda, le donne con le loro andature lente, i bambini dal ventre gonfio che guardano dal ciglio della strada. Quella visione risveglia in lui una sensazione di assurdo che lo accompagnava già dalla partenza da Lisbona, fisicamente avvertita come un’angustia diffusa nel corpo. Ricorda un prete incontrato sulla nave durante la traversata, che cercava nel breviario giustificazioni bibliche ai massacri, e con cui condivideva silenziosi incontri serali sul ponte, entrambi a fissare le onde nere. Nella stiva della nave viaggiavano grandi casse di bare, e i soldati si intrattenevano nel macabro gioco di immaginare chi le avrebbe occupate. Sono alloggiati in edifici di cemento arroventati, di notte lui sente le zanzare attraversare le reti delle finestre e guarda un cielo di stelle sconosciute, con l’impressione che un universo falso sia stato sovrapposto al suo. La sera, i soldati cenano in osterie all’aperto tra lustrascarpe e venditori di statuette, mentre individui equivoci cambiano valuta sui marciapiedi illuminati da insegne al neon. Nel presente del bar, l’uomo continua a bere e a parlare alla donna, proponendole altri bicchieri, avvicinando la sedia alla sua, sfiorando l’idea di chiederle di sposarlo come gli accade ogni volta che è solo o ubriaco. Si descrive come un tenero irrimediabile, appiccicoso e vulnerabile nei momenti di solitudine, e alterna momenti di autoironia feroce a improvvise malinconie. Parla della propria paura del ridicolo, dell’impossibilità di indossare un cappello tirolese senza vergogna, del desiderio di offrire alla donna la propria fotografia incorniciata. Poi il racconto torna al passato: da Luanda il treno li porta verso Nova Lisboa, città sull’altopiano che il narratore ricorda come un insieme confuso di caffè provinciali, vetrine polverose e un ristorante dove si cena col fucile tra le ginocchia, osservati da mulatti immobili davanti alle loro birre. Da lì partono verso il Luso, percorrendo la ferrovia costruita dal generale Machado — suo bisnonno materno, figura odiosa e ingombrante, il cui ritratto da pompiere baffuto dominava la vetrina del salotto della nonna, accompagnato da medaglie e trofei venerati come reliquie. Nel Circolo Ufficiali del Luso l’uomo vede per l’ultima volta per molto tempo le cose della vita civile: tende, bicchieri, donne bianche, tappeti. Infine, a gennaio, la colonna scende verso le Terre della Fine del Mondo, a duemila chilometri da Luanda: Lucusse, Luanguinga, villaggi cinti di filo spinato, caserme prefabbricate, il silenzio delle mense, alloggiamenti di zinco che marciscono lentamente. Piove. Seduto nella cabina del camion col berretto sugli occhi e una sigaretta in mano, il soldato sa che stanno andando a morire, e in quel momento inizia il suo lungo apprendistato dell’agonia…

Tra 1961 e 1975 il Portogallo - potenza coloniale in ormai inarrestabile declino governata dall’ultraconservatore regime dell’Estado Novo di António de Oliveira Salazar sin dal 1932 - dovette affrontare l’insurrezione armata di una serie di movimenti indipendentisti dell’Angola, allora colonia portoghese. Il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA) di Agostinho Neto e il Fronte Nazionale di Liberazione dell’Angola (FNLA) di Holden Roberto, l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA) di Jonas Malheiro Savimbi e il Fronte per la Liberazione dell’Enclave di Cabinda (FLEC). Le formazioni ribelli erano appoggiate e armate da alcuni stati africani confinanti, da Unione Sovietica, Cina e Cuba; di contro, il Portogallo ricevette il sostegno militare del Sudafrica dell’apartheid. Dopo la Rivoluzione dei garofani del 25 aprile 1974 e l’abbattimento in Portogallo dell’Estado Novo, il nuovo governo portoghese offrì un cessate il fuoco e la concessione di una piena indipendenza all’Angola. Lunghi negoziati portarono alla firma il 15 gennaio 1975 degli accordi di Alvor per la formazione di un governo di unità nazionale. L’11 novembre 1975 le truppe portoghesi lasciarono l’Angola e nel paese africano purtroppo si scatenò una sanguinosa guerra civile. António Lobo Antunes (1942–2026) è senza dubbio assieme a José Saramago, Premio Nobel per la Letteratura nel 1998, il più importante scrittore portoghese del Novecento. Il suo secondo romanzo, In culo al mondo, pubblicato nel 1979 (ma giunto in Italia soltanto nel 1996), rappresenta il punto di ingresso privilegiato nella sua opera e costituisce a tutt’oggi un documento letterario e storico di primaria importanza per la comprensione della guerra coloniale portoghese in Angola e delle sue devastanti ricadute sull’identità individuale e collettiva. Si tratta di un’opera di carattere semiautobiografico, nella quale l’autore - che prestò servizio come medico militare durante il conflitto africano tra 1971 e 1973 - narra eventi basati sulle proprie esperienze, ma non solo. È un lungo monologo interiore, il suo: a partire da un incontro notturno in un bar, ripercorriamo ventisette mesi in Angola lungo ventitré capitoli (contrassegnati dalle lettere dell’alfabeto portoghese). Il romanzo non è una ricostruzione storica operata da uno sguardo distanziato nel tempo e nello spazio, ma un atto di testimonianza ancora febbricitante, in cui il dolore non ha ancora trovato la propria sintesi interpretativa. In una sorta di flusso di coscienza, l’autore rivela le inquietudini esistenziali di un essere umano nell’esperienza indelebile di una guerra, che si intrecciano con memorie d’infanzia e di gioventù nella Lisbona salazarista. L’António Lobo Antunes che partì per l’Angola come sottotenente ausiliario, insomma, non fu lo stesso che tornò ventisei mesi dopo. Maria Alzira Seixo, massima autorità sull’opera di Lobo Antunes, ha definito la sua scrittura una “scrittura romanzesca disposta in fette alternate e multiple”, formula insolita ma che cattura efficacemente il procedimento di stratificazione e sovrapposizione temporale che caratterizza il testo. In questo senso, il romanzo si configura come un’opera postmoderna nel modo in cui il conflitto di identità tra colonizzatore e colonizzato - e le ideologie in tensione del periodo - frammentano il narratore-personaggio rendendolo irriducibile a un’unica voce coerente. Interessante sottolineare come la ricezione critica di IN culo al mondo, in Italia, non è stata affatto unanimemente positiva. Dalla sarcastica recensione di Marco Grassano su “L’Indice” («Il continuo, torrenziale flusso di parole – che inizia nel bar e si conclude sulla porta di casa del protagonista, nel quartiere di Picheleira, col commiato, al mattino, dall’occasionale compagna – ha la complessità sintattica del Proust più denso, i riferimenti culturali del Nabokov più scaltrito e la pesante arbitrarietà di immagini del Lezama Lima più incomprensibile. Come produzione orale, è altrettanto eccessivo e improbabile quanto il numero di bottiglie e bicchieri di superalcolici che il protagonista tracanna o dice di tracannare – senza apparenti conseguenze, neppure a livello di prestazioni sessuali, se non la loquacità – nel corso della nottata: due bottiglie di vodka, una di cognac, una quantità imprecisata di whisky e di drambuie e così via») nacque una polemica quando il traduttore Antonio Tabucchi rispose sulle colonne della stessa rivista: «Caro dott. Grassano, capisco che Lobo Antunes non appartenga alla sua famiglia letteraria. Per la verità non appartiene neppure alla mia, e credo che i miei libri lo dimostrino. Tuttavia non so fino a che punto, in letteratura, si debbano cercare “consonanze”. A volte le dissonanze possono essere fruttuose, altrimenti rischiamo di trovarci rinchiusi in piccoli o grandi club che poi sono anche le categorie di alcune Storie della letteratura che ci perseguitano. Onestamente mi sono chiesto spesso se i romanzi di Lobo Antunes non dovessero essere sottoposti a ciò che viene chiamato “editing”, che eliminasse certe gobbe, certi bubboni narrativi, certe ridondanze, certe proliferazioni di metafore, che lei sottolinea garbatamente nella sua recensione. Poi sono arrivato alla conclusione che è meglio di no. Perché credo che sia proprio questo il “bello” di Lobo Antunes, che fa sì che la sua scrittura sia di Lobo Antunes e di nessun altro: questo suo essere eccessivo, magari sgangherato, pieno di metafore incongrue che sono come patacche sulla camicia in una diffusa narrativa dove misura e minimalismo caratterizzano gli scrittori a cui viene bene il nodo alla cravatta». In realtà, In culo al mondo è uno dei testi fondatori della letteratura portoghese contemporanea: un’opera che trasforma l’esperienza bellica in lingua, e la lingua in strumento di resistenza alla dimenticanza collettiva. Il romanzo fu il primo grande libro sul conflitto e l’indipendenza angolana e rimane un riferimento storico obbligatorio. Chiunque voglia comprendere il Portogallo del dopoguerra salazarista, la decolonizzazione e le sue ferite psicologiche, nonché la nascita di una nuova sensibilità letteraria portoghese, non può prescindere da questo testo bruciante e inclassificabile.