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Cuore nero

Cuore nero

È il due novembre. Emilia e suo padre Riccardo stanno risalendo il bosco di castagni che separa Sassaia dal resto del mondo. Ogni tanto posano le valigie per riprendere fiato. Riccardo non è molto convinto che per Emilia quel luogo isolato e dimenticato da Dio sia il posto ideale per cominciare una nuova vita, dopo tutto quello che le è accaduto e, soprattutto, per farlo da sola. Tuttavia Emilia si è mostrata ferma nella sua decisione e ora, mentre arrancano su quel sentiero al termine del quale sembra quasi impossibile pensare ci possa essere un gruppo di case, la preoccupazione maggiore è cercare di pompare aria ai polmoni e augurarsi che le condizioni dell’abitazione non siano terribili. Non la frequentano più da troppo tempo, da quando si andava in vacanza, molto tempo prima. Emilia si chiede come potrà concretamente abitare una casa appartenuta a una persona a cui non vuole assolutamente pensare, con tutti i suoi mobili. E, ancora, si domanda se riuscirà a percorrere due volte al giorno quella mulattiera – nei suoi ricordi di ragazzina era un sentiero su cui saltellava sotto la calura estiva – per scendere a fare la spesa o a lavorare, supposto che riesca a trovarlo, un lavoro. Quando Emilia comincia ad ansimare, e anche il padre non ne può più, ecco che il nido di case che non vede da quasi vent’anni si materializza, mentre la luce tutt’intorno è così potente da sembrare giugno, anziché novembre. Tutto in quella luce pare nuovo e forse anche la sua vita lo può diventare. Dalla casa di fronte a quella in cui padre e figlio entrano, Bruno sta correggendo un tema, quello di Martino Fiume, dodici anni e ancora in quinta elementare, dopo essere stato due volte ripetente. Bruno è uno dei due abitanti che Sassaia vanta: l’altro è Basilio Raimondi, sessantaquattro anni all’anagrafe ma molti di più disegnati in viso e nel corpo. Il chiacchiericcio forestiero, assolutamente inusuale in un periodo che non sia il mese di luglio o di agosto, incuriosisce Bruno, che in quel luogo vive per isolarsi e non essere costretto ad alcun tipo di interazione, se si escludono i suoi alunni di scuola. Quando si alza dalla scrivania, si avvicina alla finestra e sbircia attraverso le tende, nota che il portone della casa di fronte è aperto e sulla soglia ci sono due grosse valigie...

Un insegnante in fuga dal mondo e una trentenne che negli ultimi quindici anni quel mondo l’ha visto attraverso le sbarre di una finestra. Due vite spezzate, due cuori feriti, due esistenze fatte di crepe e di dolore. L’incontro di queste due anime segnate dal dolore è un riconoscere il proprio buio in quello dell’altro; è un vedere nel chiaroscuro del cuore dell’altro quella sottile lama di luce che filtra attraverso le crepe più profonde. Silvia Avallone – autrice biellese di nascita e bolognese d’adozione – torna con un romanzo in cui affronta il tema del dolore più profondo, quello che non ci perdona, anche quando i conti con la giustizia sono stati pagati. La storia di Emilia e Bruno mostra come scegliere la solitudine per proteggersi dal male, quello che si è compiuto o quello di cui si è stati vittime, sia capire che in realtà si tratta di una scelta sbagliata, un ennesimo castigo che costringe a guardare, ogni singolo giorno della propria vita, la propria pena e il proprio senso di colpa. Il borgo di Sassaia diventa per i due protagonisti di questo romanzo – due figure che la Avallone ha magistralmente disegnato e realizzato, conferendo loro uno spessore che si respira a ogni loro gesto – il porto riparato in cui naufragare, quando si è convinti di non meritare più nulla dalla vita, anzi di non meritare più la vita stessa. E in questo luogo dimenticato da Dio le anime di Emilia e Bruno si riconoscono e si cullano a vicenda, tacendo tuttavia la verità. Ma l’amore, per essere onesto, vuole conoscere tutto, anche il buio, anche l’orrore. Per un’adulta che non è mai stata ragazzina e un bambino che è diventato adulto in un attimo, senza avere mai vissuto davvero, assolversi è un cammino impervio e accidentato, come quel sentiero tortuoso che ogni giorno i due percorrono per scendere in paese e per tornare a Sassaia. È una salita ripida, che fa soffrire, spinge a pensare di mollare la presa, affatica e stanca. Ma è l’unica possibilità, per i due cuori acciaccati di Emilia e Bruno, per immaginare una qualche sorta di redenzione. Un libro splendido – ideato a seguito dell’incontro dell’Avallone con i detenuti del carcere minorile del Pratello, a Bologna – che racconta il male ma non giudica, che mostra la fragilità dell’essere umano e la sua forza, che analizza la vita e la sua prepotenza, quella che fa urlare di dolore e spinge a riconoscere le proprie ferite, ma allo stesso tempo tende un cavo a cui aggrapparsi, per evitare di sprofondare nell’abisso.