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Cuori violenti

Cuori violenti

È una fredda mattina di inverno quando Paolo Crepet entra per la prima volta nel carcere minorile di Casal del Marmo. Varcato l’ingresso, una sensazione di disagio lo colpisce davanti alla grandezza della parete d’acciaio “che agli occhi degli adolescenti smarriti che tutti i giorni l’attraversano deve sembrare quella di un’enorme astronave o di un gigantesco fortino”. Una volta che si è richiusa alle sue spalle, trovatosi all’interno completamente solo, a sorprenderlo c’è Giorgio, un’oca bianca che dapprima pare minacciosa, poi si ammansisce. Continuando l’esplorazione di questo luogo freddo, trascurato, compaiono i primi gruppi di ragazzi, zingare, “marocchini”, “italiani”. Crepet, non passato inosservato, sfiorato da sguardi di sfida, chiede informazioni su come trovare la biblioteca, perché là ad aspettarlo c’è Loredana, incarcerata “per rapina con mano armata”. La ragazza non tradisce le sue aspettative, le appare così come l’ha immaginata. Se la stampa l’aveva ritratta come “una piccola Calamity Jane pugliese spavalda e sprezzante”, davanti ai suoi occhi si presenta una ragazza di diciassette anni, annoiata, “come se in questo mondo concentrazionario fosse tutto scontato, inevitabilmente stucchevole”...

Paolo Crepet introduce questo libro, che ha visto la luce nel 1995, come un viaggio, un viaggio che ricorda con affetto, riflesso della sua “gioventù curiosa, della necessità di scoprire, di mettersi in gioco, di rischiare”, come spiega nella prefazione all’ultima edizione. Un viaggio in una realtà che si conosce superficialmente attraverso le cronache, ma che forse non si ascolta davvero. Ed è proprio l’ascolto il filo conduttore di questo diario, l’ascolto di protagonisti che spesso i notiziari, ma anche romanzi e fiction, trasformano in “personaggi”, mentre si dimentica la loro indiscutibile dimensione umana. E allora proprio per cercare di capire cosa governi le scelte di questi ragazzi che sono amaramente legati a un destino - secondo loro - già scritto, Crepet incontra Loredana, Maria Angelica, Luigi, Gabriele, Salvatore (alcuni dei nomi fittizi per tutelare la loro vera identità). Sono loro i “cuori violenti”, sparsi dal sud al nord della penisola, che consegnano allo psichiatra una finestra su un mondo che, nonostante gli sia stato raccontato, sente ancora estraneo. Dove abbiamo sbagliato e dove continuiamo a sbagliare? Perché il ritratto che emerge da queste pagine, scritte ormai decenni fa, non è poi così distante da quello a cui assistiamo oggi. Giovani coinvolti nella malavita e nello spaccio di droga, ragazzi che lasciano la scuola per intraprendere “strade più facili”, attraverso cui abbandonano presto l’infanzia e l’adolescenza al punto da sentirsi a sedici o diciannove anni già vissuti e “consumati”. È tra due poli che oscilla il destino dei ragazzi, l’ascolto e “l’indisponibilità ad ascoltare” da parte degli adulti. Crepet rintraccia nella paura che si ha della creatività, della fantasia degli adolescenti, della loro critica il fallimento di una società che non fa nulla o poco per loro, propinando sterili modelli e valori, non combattendo - fino a sradicare del tutto - la disoccupazione, contribuendo invece alla crescita di luoghi di dispersione. E allora davanti a questa realtà nessuno è completamente innocente: “i bambini cattivi un cuore ce l’hanno: è quello violento dei loro padri, dei loro cattivi maestri”.