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Da nessuna parte

Da nessuna parte

Hanno scritto delle sue origini iraniane, russe, ebree, ungheresi. Parole: lei non le ha mai percepite davvero, le sue origini. Del resto sua madre le ha insegnato a non nutrire nostalgie del passato, a non rimuginare su quel che non può più tornare; proprio la mamma le ha dimostrato quanto davvero credesse in quel precetto: nata in Ungheria, da giovane era stata una violinista, ma il suo violino era rimasto per anni chiuso in un armadio, prima di esser messo in vendita, e infine regalato a un giovane portoghese; non le ha mai parlato della sua terra natia, non le ha mai insegnato alcuna tradizione, né alcun senso di appartenenza. A Budapest, assieme a sua madre, ci sarebbe poi tornata: un breve viaggio, che lei ricorda “serenamente distaccato”… Ha sognato suo padre. Nel sogno gli ha chiesto se avesse incontrato Beethoven. Lui le ha risposto, contrariato, di sì: quando si è avvicinato al grande compositore e ha provato ad abbracciarlo, si è sentito rispondere che non si sarebbe mai dovuto cimentare con l’Adagio della Sonata Hammerklavier. Lei ricorda che ne avevano parlato anni prima. Avevano discusso sul fatto che, secondo lei, quella sonata era “il capolavoro dei capolavori”. Il padre, dopo averci pensato, dopo aver riascoltato il brano, le aveva dato ragione, e l’aveva incoraggiata a suonare quel movimento che lui diceva di padroneggiare senza difficoltà. Dopo quello scambio lui aveva ripreso ad esercitarsi segretamente sull’Adagio della Sonata N. 106. In effetti, lei ricorda, entravano spesso in competizione sui brani da suonare: avevano insegnanti diversi, e spesso lui le ripeteva i consigli che gli erano stati dati dal suo maestro. Poi le sue condizioni di salute erano peggiorate, e a un certo punto per lui era diventato difficile anche solo alzarsi da letto. Aveva smesso di esercitarsi al piano; persino leggere era divenuto uno sforzo insostenibile. Una sera lei gli aveva chiesto di suonare la Hammerklavier. Suo padre aveva accettato. Lentamente si era alzato dal letto, con indosso la camicia da notte bianca, si era seduto al pianoforte, magro, le gambe gonfie, e aveva iniziato a suonare...

“Un giorno non ero, un giorno non sarò. Tra questi due attimi di indifferenza del mondo mi sforzo di essere. È un mondo ondeggiante, agitato da marosi, disorientato. Tra queste due assenze andiamo dove ci conducono i nostri passi, calpestiamo il mondo e i suoi luoghi. […] I veri luoghi, quelli che ci generano, quelli che la memoria cattura, sono quelli che ci hanno visti al di fuori di noi stessi, che hanno ospitato la nostra dismisura, la confessione o il terrore dei nostri desideri, tutti quelli che furono teatro di un capovolgimento”. Yasmina Reza nasce a Parigi nel 1959 da padre iraniano e madre ungherese, entrambi di origine ebraica; studia recitazione presso la prestigiosa École internationale de théâtre Jacques Lecoq. Dopo l’esordio come attrice, debutta come drammaturga con Conversazioni dopo un funerale (Conversations après un enterrement, 1987), con cui si aggiudica il premio Molière. Uno dei suoi testi teatrali più celebri, Il dio del massacro (Le Dieu du carnage, 2006) - con cui si sono cimentati attrici e attori del calibro di Isabelle Huppert, James Gandolfini, Janet McTeer e Ralph Fiennes -, nel 2011 è stato trasposto sul grande schermo da Roman Polanski con il titolo Carnage, con Jodie Foster, Kate Winslet, John C. Reilly e Christoph Waltz. Il volume raccoglie due testi non teatrali, scritti a circa sei anni di distanza l’uno dall’altro, a forte impronta autobiografica, intimi e correlati. Il primo, Da nessuna parte (Nulle Part, 2005), è un breve, denso flusso di coscienza incardinato in una cornice essenziale, grazie a una scrittura precisa, netta, assolutamente controllata. Un racconto alimentato da frammenti di immagini, ricordi, divagazioni: istantanee del romanzo familiare della scrittrice da cui prende vita una costellazione di riflessioni sulla solitudine, su un profondo senso di straniamento esistenziale, sulla percepita assenza di radici: “… Prima o poi gli scrittori ritornano alla propria infanzia. Io non ritorno da nessuna parte, non ci sarebbe nessuna parte dove ritornare”, scrive in un passaggio chiave, che, non a caso, dà il titolo all’opera. Hammerklavier esce nel 1997: è una galleria di brevi scene all’interno delle quali la scrittrice sembra muoversi a ritroso, lungo il filo del passato, a partire dagli ultimi giorni vissuti dal padre - ingegnere, pianista, uomo d’affari -, lasciando germogliare dai ricordi un’articolata riflessione sul tempo nelle sue svariate declinazioni: la consapevolezza di un rituale che non potrà più essere condiviso, come quello di ascoltare assieme al genitore un concertista che esegue l’amata Sonata in la maggiore di Schubert; l’irripetibile, commovente attimo in cui Alta, sua figlia, sfoggia un sorriso sdentato (condiviso con i lettori, immortalato nella foto che campeggia sulla copertina), senza alcuna preoccupazione di apparire bella secondo canoni estetici che ancora non conosce. Reza racconta il tempo dilatato di una confessione d’amore arrivata con trent’anni di ritardo (Dire …sì), del legame indissolubile che unisce istanti e posti in cui riconosciamo un senso all’esistenza (Luoghi e luoghi). Riflette sul suo personale, peculiare rapporto con l’ebraismo respirato in famiglia (Ma che fai, sciagurata?), sulla scrittura, a partire da Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes (Là dove tu non sei), fino a rivelare forse l’essenza della materia con cui plasma le sue opere, i suoi personaggi: “… Mi viene chiesto spesso, come fa nelle sue pièce a far parlare gli uomini, i vecchi, tutti quelli che lei non è e non sarà mai? Ma l'altro, il mio tormento, l'altro, la mia solitudine, colui che riempie il mondo e mi dispera all'alba, non è un estraneo. È me, l'abbandonato, così come sono me tutti gli abbandonati che incontra. Io sono […] tutti coloro a cui io stessa ho dato nome e parole, tutti coloro che ho fatto camminare controtempo perché tale è la sorte degli uomini, come sarò quelli che li seguiranno e come fui tutti quelli senza nome che li hanno generati” (Continua per la tua strada…). Le due narrazioni - Da nessuna parte e Hammerklavier -, anche per effetto dei rimandi incrociati, si rivelano così complementari, a comporre un collage di frammenti letterari che non si traducono in una singola nitida immagine, ma che risultano comunque profondamente rivelatori dell’arte e della poetica dell’autrice.