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Dal vuoto assoluto

Dal vuoto assoluto

Anni Novanta, Roma. Hank è di Los Angeles ma vive qui da un po’, studia Storia dell’Arte e si guadagna da vivere facendo l’animatore alle feste di bambini americani ricchi. È molto bello e ha una vita sentimentale e sessuale promiscua e complicata: “una serie di storie (…) senza senso, aperte e mai chiuse, o mai aperte anche se erano da aprire, o chiuse senza saperne il perché”. Quattro anni fa per esempio si è messo con Jamie, una bostoniana elegante e viziata che ha conosciuto all’American Bar. La sera che si sono incontrati per la prima volta lei gli ha chiesto di suonare Kayleigh dei Marillion al pianoforte. Lui all’epoca pensava che fosse una cagata, lei invece era rimasta stregata da quei momenti. Poi da lì anni di prendi e lascia. Stasera Jamie gli ha chiesto di uscire dopo un po’ che non si vedono. Ad Hank non andrebbe di vederla, ma pensa che forse è l’occasione giusta per lasciarsi definitivamente. Ha indossato una giacca nera di Armani su jeans neri Guess. Sotto alla giacca una t-shirt nera e un gilet bordeaux. Qui in Europa lo chiamano così, quel colore: a lui piace pensare che sia colore sangue scuro, gli pare più bello definirlo così. Jamie ha messo la sua giacca marrone di Valentino e le calze a rete che ha comprato a Parigi. Non è un caso. Infatti mentre ad un semaforo sul lungotevere – all’altezza di Santo Spirito - dopo aver parcheggiato poco lontano da via della Conciliazione si apprestano ad attraversare la strada e a imboccare Ponte Vittorio, Jamie lo prende sottobraccio come ha imparato a fare qui in Italia e inizia a parlare di loro due, della loro storia: proprio quello che Hank temeva. “Sai, io vorrei chiederti scusa perché non ti ho mai fatto sentire, come dire, accettato. Voglio dire”. Nel frattempo, i due sono arrivati a Piazza Navona. Mentre incrociano ragazzine che si danno di gomito credendo che Hank sia un cazzo di attore di Melrose Place, Jamie continua il suo discorso inutile, non sa che lui qualsiasi cosa lei dica o faccia ha già deciso di lasciarla. Lui nicchia, cambia discorso, è freddo. Lei insiste. Alla fine Hank sbotta: “Ma perché cazzo fai così? Vuoi capire che non t’ho mai amata? Che sono un fottuto? Vuoi capirlo o no che due giorni dopo averti lasciata già fottevo un’altra?”…

Nel 1994 Marcello Baraghini, il vulcanico fondatore della casa editrice Stampa alternativa inventò un divertissement provocatorio e stimolante, un ‘Cantiere dei veri-falsi’, cioè di opere scritte da scrittori esordienti o quasi cercando di imitare lo stile, il gusto, le tematiche di scrittori famosi: la più riuscita sarebbe stata pubblicata, peraltro con il nome dello scrittore ‘clonato’ in bella evidenza. Ecco il nocciolo della provocazione, dunque: ciò che siamo abituati a considerare quasi un reato, sarebbe diventato un esperimento creativo incoraggiato e premiato. Presentato al Salone del Libro di Torino di quell’anno, il ‘Cantiere’ lanciò la sfida, e circa 60 scrittori risposero all’appello. La giuria premiò tra tanti proprio il libro di Lorenzo Moneta, giovane romano con la passionaccia per la narrativa americana, Bret Easton Ellis in primis. E in effetti il lavoro di ‘clonazione’ di Moneta è pregevole e ben riuscito, un vero falso d’autore. Interessante e rimarchevole che con la sua storia di americani a Roma l’autore trascuri l’Ellis più famoso, quello impegnato e sanguinario di American psycho, per dedicarsi invece alla soap gelida e dissociata che lo scrittore americano ha esplorato in altre opere, segnatamente in Le regole dell’attrazione e, in parte, Acqua dal sole. Hank e Jamie vivono una storia d’amore infelice. La terza incomoda è l’italianissima Francesca, che a sua volta flirta con un ragazzo che sta facendo il servizio militare nei pressi di Roma. Hank decide di lasciare Jamie, ma questo forse complica le cose. Il sentiero delle interconnessioni emozionali e sessuali tra i protagonisti è impervio, buio, irto di segreti e vicoli ciechi: sullo sfondo una ruggente infelicità, una freddezza stolida di plastica e molecole psicotrope. E, ingrediente affascinante in più, che rende il recupero di questo libretto Millelire ormai di non agevolissima reperibilità una impresa caldamente consigliata, c’è una Roma strana, acida, distorta, che Moneta riesce a ‘vedere’ con occhi metà americani metà alieni.