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Dalla parte di Alba

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Il ricordo dei dieci anni vissuti in quell’ultima stanza in fondo al corridoio della casa di Roma, al numero 67 di via Lucrezio Caro, sono fissi lì, sul cuore. Alba de Céspedes ama molto leggere, a maggior ragione quando si tratta di una lettera appena arrivata dai genitori che vivono a Cuba; ama starsene sul letto, circondata dai libri; ama essere lasciata sola; ma, purtroppo, tutto questo capita soltanto quando è malata. Nell’ottobre dei suoi sette anni, invece, la febbre è un vero e proprio incubo, perché nel mondo imperversa un’influenza mortale, la cosiddetta Spagnola e zie e governanti, impaurite, corrono ai ripari con peperoncino in grandi quantità. La zia Maria si fa spedire da Milano l’introvabile Crelium Bertelli (un sapone antisettico), con cui Alba si lava ogni mezz’ora a scopo preventivo e si procura anche (dopo due ore di fila) la pozione Arnaldi, una sorta di intruglio immunizzante, che viene successivamente ricordata per “non aver fatto sviluppare la malattia”. Il timore del contagio è molto alto, d’altronde tutti gli abitanti di interi palazzi sono morti e questo crea apprensione nelle zie di Alba che non ricordano che la bambina ha solo preso tanto freddo perché si è zuppata tutto il vestito alla fontana delle tartarughe di Villa Borghese. La piccola è solita dire che da grande vuole fare il condottiero rivoluzionario e la scrittrice, proprio come abuelo, il suo nonno paterno, Carlos Manuel de Céspedes, che quarant’anni prima della nascita di Alba lotta per la libertà di Cuba e muore assassinato sulle montagne della Sierra Maestra. Il padre di Alba, invece, arriva a Roma nel 1908, come ministro plenipotenziario di Cuba. Mentre passeggia in carrozza, vede Laura Bertini Alessandri e se ne innamora. Lei, figlia del direttore degli Ospedali Riuniti di Roma, è già sposata e separata formalmente in Argentina con il conte Emanuele Sarmiento, baritono. Ha anche una figlia di sette anni, Flaminia...

“Mamma, tu sei mai stata dalla mia parte?”. La domanda che Alba De Céspedes rivolge a sua madre, mentre si trova a Cuba per l’aggravarsi delle condizioni di salute del padre, stringe il cuore, perché nasconde tutta la fragilità di questa donna apparentemente forte, ma che per tutta la vita ha sempre cercato un luogo a cui appartenere, una famiglia di cui sentirsi parte, insieme a suo figlio. Troppo spesso si è sentita sola, una sensazione che conosceva bene fin da piccola e non la abbandona nei giorni del lutto a Cuba, quando mezza isola si riversa a casa De Céspedes per dare l’estremo saluto al presidente, così come ancora chiamano suo padre. E lei, in quei giorni, o è rintanata nella sua camera sulla torre, sola, o si trova a consolare queste persone, ugualmente sola. Una donna che ha sempre combattuto in un mondo di uomini, quelli che le hanno conferito il Premio Viareggio, salvo poi toglierglielo subito dopo, quelli che avevano bloccato i lavori del film Pensione Grimaldi tratto dal suo libro Nessuno, quelli che una volta l’hanno arrestata, che le hanno fatto provare la vita del carcere con un figlio piccolo a casa e che poi, successivamente, l’hanno convocata con regolarità al Ministero della Cultura Popolare. Per carità, ci sono stati anche gli uomini del giornale che hanno apprezzato il suo lavoro e le sue capacità e l’hanno fatta scrivere, quelli che hanno pubblicato i suoi raccolti o gli editori dei suoi libri, anche se Alba De Céspedes era persona invisa al regime e avere lei, lavorare con lei, era un rischio. Quante esperienze, quanta ammirazione da alcuni dei grandi, quanta solidarietà nei confronti delle altre donne, a dimostrazione che non sono le “coniugazioni di genere” delle parole a fare la differenza, ma qualcosa che ha più sostanza ed è fatto di cultura, solidarietà vera, chiarezza di idee, apertura mentale. Alba è stata tutto questo e molto di più: semmai è l’ottusità maschile da condannare, la paura di perdere le piccole poltroncine, i piccoli privilegi, il piccolo mondo che si sono costruiti. Ma non si cambierà di certo la mentalità radicata nei secoli con l’introduzione di nuove versioni cacofoniche delle parole, dei mestieri, delle cariche.