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Dalla parte sbagliata

Dalla parte sbagliata

Ellie e Rogan hanno appena smascherato una donna che ha colpito il marito con un coltello, asserendo di averlo utilizzato per difendersi dall’ennesima violenza, quando invece, in questo caso, si è trattato di un gesto dettato dalla gelosia. Lavorano bene insieme quei due e, per sdrammatizzare, ogni tanto scommettono tra loro sull’esito di un interrogatorio. In questo caso, per esempio, ha vinto Ellie che, proprio mentre sta intascando un mazzetto di banconote da venti, si accorge che nell’ufficio è appena entrato Max Donovan, suo fidanzato da un po’ e suo convivente da tre mesi, nonché dipendente dell’unità per l’integrità delle condanne dell’ufficio del procuratore distrettuale di New York. Max deve parlare a Rogan e a Ellie di una condanna, risalente a diciotto anni prima, relativa a un serial killer di nome Anthony Amaro. È da poco arrivata una lettera anonima sulla quale sta scritto che Amato è innocente e che il vero killer delle sei donne uccise venti anni prima è tornato alla carica ed ha appena colpito. La sua ultima vittima parrebbe essere Helen Brunswick. La Brunswick – psicoterapeuta di quarantacinque anni, madre di due figli, Jessica e Sam, e da poco separata – non si è presentata, dopo una seduta, all’appuntamento con l’ex marito. Poiché non rispondeva né al cellulare né al fisso dell’ufficio, l’uomo ha percorso i sei isolati che separano la loro palazzina dallo studio della donna e ha trovato il cadavere. Due colpi di arma da fuoco. Nessuna effrazione, ma segni di colluttazione. Quel che davvero ha messo in allerta tutti, tuttavia, è il fatto che anche sul corpo di Helen sia stato perpetrato lo stesso scempio che aveva rappresentato la firma del serial killer che venti anni prima ha seminato il panico in città: dopo la morte, l’assassino spezzava gli arti delle sue vittime. E medesima sorte è toccata anche alla psicoterapeuta…

Alafair Burke centra il bersaglio. Figlia del giallista James Lee Burke, è stata pubblico ministero a Portland, in Oregon, e al momento insegna diritto penale alla Hofstra Law School di New York. Ogni thriller pubblicato – da sola o a quattro mani con Mary Higgins Clark, altra regina del brivido – si è rivelato un successo e in quest’ultimo lavoro regala al lettore una nuova avventura che vede come protagonista la detective Ellie Hatcher, già incontrata in un precedente romanzo: Non dire una bugia. Ellie deve occuparsi di una situazione piuttosto delicata, che ha a che fare con vicende vecchie oltre vent’anni. All’epoca un serial killer – accusato di aver ucciso sei donne e di aver loro rotto gli arti post mortem – era stato assicurato alla giustizia e condannato all’ergastolo, senza che nessuno avesse il benché minimo dubbio circa la sua colpevolezza. Ora, però, che una settima donna è stata uccisa utilizzando, apparentemente, il medesimo modus operandi, ogni certezza vacilla e il timore di aver condannato un innocente serpeggia con sempre maggiore forza. Il compito di Ellie è quello di ritrovare la verità, la stessa verità che, ovviamente, inseguono gli avvocati del presunto serial killer, tra i quali, per un beffardo gioco del destino, figura anche la sorellastra di una delle sue vittime. Ellie e la giovane avvocatessa si ritrovano così a dover smascherare segreti e bugie ben nascosti tra gli anfratti dell’oblio, ma pronti a tornare in superficie e a gridare la loro verità, non appena la patina del tempo viene rimossa. Un thriller ricco di colpi di scena; una vicenda ben congegnata e piuttosto intricata – la Burke spesso afferma che le sue storie nascono dai casi giudiziari personalmente seguiti – che invita a riflettere sulle conseguenze delle scelte e degli errori di ciascuno, sull’importanza dei legami familiari e sul valore dell’amicizia e del perdono.